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Denis, da Chernobyl a Prato: Ilaria adotta il suo bimbo dopo vent’anni da quell’incontro magico


	Ilaria Gori insieme a Dzianis Kharashkevich in una foto di "ieri" e di "oggi"
Ilaria Gori insieme a Dzianis Kharashkevich in una foto di "ieri" e di "oggi"

Dzianis Kharashkevich venne in vacanza in Toscana e la radiologa pratese se ne prese cura. Adesso lei è diventata la sua mamma anche per la legge

30 marzo 2024
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PRATO. Era il giugno 2003. E Dzianis Kharashkevich per la prima volta divenne anche il piccolo Denis.

Ilaria Gori, pratese, tecnico radiologo all’ospedale di Careggi, aveva deciso di rispondere all’appello di un conoscente, presidente di Legambiente a Prato, di offrire un mese di vacanza e di terapie in Italia per i bambini che avevano subito le radiazioni del disastro di Chernobyl.

Il primo incontro

Quando arrivò il momento di conoscere quello scricciolo biondo che avevano scelto per lei e con cui avrebbe trascorso un periodo di mare, Ilaria chiese il suo nome: troppo difficile da pronunciare e il volontario dell’associazione lo chiamò Denis. E da quel momento, e ancora oggi, in Italia Dzianis diventò Denis per tutti. Anche per colei che ora è diventata la sua mamma.

Da bambino a uomo

Oggi Denis ha quasi 29 anni, una laurea in ingegneria e anche due genitori naturali in Bielorussia che lo amano e lo hanno sempre amato. Perché Ilaria Gori quel piccolo non lo ha più lasciato e, anno dopo anno, è diventato per lei un figlio seppur il ragazzo abbia continuato a vivere con la sua famiglia di origine pur potendo contare sull’amore di una mamma-bis. L’adozione, siglata nel tribunale di Prato, non è arrivata prima di oggi per motivi burocratici. Per far mantenere la genitorialità anche alla mamma e al babbo naturali era necessario che Denis fosse maggiorenne e che ci fossero due testimoni a cui i signori Kharashkevich dessero la procura per firmare l’adozione con un atto siglato da un notaio del loro Paese.

L’amore più forte della burocrazia

Si tratta di un’adozione di un cittadino straniero maggiorenne, una pratica fattibile ma lunga e complessa. «Ce l’ha seguita un avvocato di Roma», racconta Ilaria Gori. «Noi l’abbiamo sempre saputo che Denis per me era un figlio ma tutti dovevano dare formalmente il consenso a questa mia decisione di adottarlo. I genitori ovviamente mi conoscono, ci siamo parlati e incontrati più volte in questi anni. Ci siamo però presi il tempo che serviva affinché fosse la cosa più naturale possibile. Avevamo cominciato la pratica prima del Covid e poi si era interrotta per la pandemia, dopo è stato necessario rivolgersi a uno studio specializzato per riuscire a completare l’iter con tutti i documenti tradotti in due lingue. Solo per preparare le pratiche è servito più di un anno di tempo». Tra Ilaria e Denis fu empatia a prima vista, anche quando la lingua non rendeva semplice la comunicazione tra i due. «Ci legammo subito tantissimo», racconta. Subito si presentò la difficoltà per riospitare Denis. «Legambiente prevedeva che i ragazzi venissero solo per un anno. Mi attivai e trovai un’altra associazione per restare in contatto con il bambino. Venni a sapere di una realtà di Altopascio gestita da un prete evangelista. Avevo il numero di telefono e l’indirizzo. Denis tornò per le vacanze di Natale e poi l’estate successiva. Ad aprile di quell’anno ci fu l’incontro con i genitori nella città in cui la famiglia abitava. Mi fecero subito una buona impressione, sono brave persone». La famiglia Gori ha sempre sostenuto Denis e la sua famiglia. «Soprattutto quando era all’università, per gli studi, per pagare gli alloggi. È stato da subito molto naturale. Io volevo bene a quel bambino e l’ho fin da subito trattato come un figlio con attenzione e rispetto per la sua famiglia».

Quei regali cuciti addosso

Quando Denis era piccolo inviare denaro era vietato. «Quando andava via gli cucivo i soldi addosso, da tutte le parti. Negli slip, nelle tasche, nelle canottiere». Denis per Ilaria c’è sempre stato e anche Ilaria per Denis. Quel ragazzino biondo è diventato un uomo e mai ha smesso di venire in Italia per trascorrere qualche giorno con la mamma-bis. È andato a Prato con la sorella. Con la fidanzata. Dopo la laurea. Quando ha aperto l’azienda di rose con il padre. «Il suo babbo aveva una ditta di rose che coltivava e vendeva al mercato. Denis si è messo anche lui a produrre e ora le vende in tutto il mondo. A lui piace più questo lavoro all’aria aperta e ha un forte spirito manageriale. Ha sempre saputo che non avrebbe fatto l’ingegnere anche se gli è servito per gestire tutta la parte della vendita online. Ora vuole potenziare l’export delle rose e i documenti italiani gli faranno comodo. Così non avrà solo il mio affetto incondizionato, ma anche la cittadinanza e ogni diritto nel nostro Paese». Anche ottenere il visto di ingresso non è sempre stato così facile e scontato. Ilaria aspettava questo momento da anni. «All’uscita del tribunale ci siamo commossi. Ma ci assomigliamo: non siamo di molte parole», conclude la donna con un sorriso che le illumina il volto nella sua prima Pasqua da mamma. 

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