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La democrazia da esportare in Afghanistan

Diego Marani*
Un bambino afghano soccorso da un soldato
Un bambino afghano soccorso da un soldato

31 agosto 2021
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La questione afghana ha immancabilmente riportato alla ribalta le contraddizioni della missione di esportare la democrazia, che l’Occidente continua a darsi, il più delle volte come spudorata scusa per camuffare guerre di conquista o operazioni di ingerenza, talvolta con sincero impeto di conversione al sistema politico che noi e solo noi riteniamo migliore.

Dovrebbe essere proprio il caso afghano invece a farci capire che la democrazia non si esporta e che è una grande ipocrisia continuare a dire che non possiamo rinunciare a diffonderla nel mondo, in nome dei diritti e dei principi che noi (e sempre solo noi) riteniamo fondamentali.

L’Occidente è arrivato alla democrazia attraverso un processo storico che non può essere replicato, né prodotto in provetta e iniettato come un antidoto a totalitarismi e tirannidi in società lontane e diverse dalla nostra. Gli esempi del fallimento di questo metodo li abbiamo sotto gli occhi.

In quasi tutta l’Africa, buona parte dell’Asia e in molta America latina, apparenti democrazie sono di fatto oligarchie fondate su sistemi di clientelismo e corruzione. Tutto il Nord Africa delle primavere arabe è ora una costellazione di rinnovate tirannidi che si nascondono dietro la facciata di elezioni irrilevanti, riti di facciata che ogni regime celebra per giustificare il proprio dominio. E noi giù a straparlare di sistemi imperfettamente democratici auspicandoci la loro piena maturazione, come se la democrazia fosse maturabile come una pera e potesse esistere quella acerba e quella pronta da cogliere. La democrazia o c’è o non c’è, e in gran parte del mondo non c’è. Nello specifico del caso afghano, abbiamo assistito alla più flagrante finzione di un regime fintamente democratico che ha continuato a basarsi su clientelismo e corruzione anche sotto gli occhi degli americani e dei loro alleati, senza mai abbandonare la tradizione afghana di capi tribali, potentati locali e signori della guerra.

Dovrebbe farci riflettere la constatazione che milioni di persone nel mondo vogliono vivere sotto la sharia, che le nostre libertà individuali per molta umanità sono irrilevanti o meno importanti della sicurezza o della prosperità economica.

C’è una buona parte di mondo a cui non importa un bel niente di poter esprimere le proprie idee, di poter viaggiare liberamente, di potersi scegliere chi li governa a condizione di avere il lavoro, una casa e la protezione dalla violenza. C’è molta gente al mondo che considera i valori religiosi superiori a ogni altro e per cui la loro violazione è la negazione della propria identità. Ci accaniamo a dire che bisogna scindere Islam e politica ma innanzitutto non tocca a noi farlo, semmai agli islamici, e poi l’Islam è inevitabilmente politico, perché fornisce un modello di vivere sociale ai suoi adepti. Come del resto faceva la nostra Chiesa nei tempi antichi. Ma la nostra storia è andata in un’altra direzione e “libera chiesa in libero Stato” non è un principio replicabile dove si vuole bensì il risultato di un paio di millenni di vicissitudini. Perché mai dunque accanirsi a insegnare agli altri qual è il proprio bene se loro stessi non lo vogliono vedere o se per loro il bene è un altro?

Anche questo lo abbiamo davanti agli occhi: vi sono popoli che continuano a preferire solide oligarchie o tirannidi ai tentennamenti di tante democrazie. Smettiamola dunque di cercare di salvare chi non vuole essere salvato e cerchiamo di salvare noi, facendo funzionare le nostre democrazie e mostrando con l’esempio che il sistema democratico è davvero il migliore dei sistemi sociali possibili.

*scrittore


 

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