Guardistallo 1944: una strage dimenticata dalla Guerra fredda
Ecco il racconto di chi, in quella che fu non una rappresaglia ma una vera carneficina, perse i propri cari
Nessun reparto speciale, nessun battaglione della morte operò il 29 giugno a Guardistallo: furono semplicemente le direttive di Kesserling, il capo dei tedeschi in Italia, messe in atto da «uomini comuni». Così Paolo Pezzino, celebre storico contemporaneo, descrive i carnefici dell’eccidio di Guardistallo di cui oggi si celebra il 70° anniversario. Furono 63 le vittime. 11 partigiani e 52 civili. Fra questi c’erano anche Luigi Fulceri, padre di Bruna. Ha 72 anni anni, ne aveva due quando avvenne l’eccidio. Loretta Camerini di anni ne ha 85, ha perso i parenti in quel terribile 29 giugno. Sono loro, grazie all’intercessione del sindaco Sandro Ceccarelli a raccontare quel giorno. Partigiani e contadini vittime di una strage per troppi anni dimenticata.
Gli Alleati, sbarcati sotto Cecina, stanno per arrivare a Guardistallo. Ai partigiani del distaccamento “Otello Gattoli” viene dato ordine di spostarsi per entrare in paese. Ma incappano in un pattuglia di tedeschi e nel conflitto a fuoco, durato quasi un ora, ci scappa un morto dei loro. Da lì parte quella che non è una rappresaglia, ma una vera carneficina. Undici partigiani sono presi e fucilati, 52 civili, tuti maschi, vengono rastrellati fra i poderi e portati a morire. Fucilati da un battaglione di truppe di terra della Luftwaffe, l’aviazione militare tedesca comandata da Goering. Reparti raccogliticci: avieri comandati da ufficiali della Wehrmacht ... «Non poteva essere una rappresaglia – racconta Bruna Fulceri – perchè Hitler parlava di dieci italiani per un tedesco».
E andò ancora bene. «Don Mazzetto si mise in mezzo – ricorda Loretta – e riuscì a sottrarre alla fucilazione una ventina di ostaggi». I tedeschi poi partirono, ritirandosi verso Nord ed il giorno dopo in un paese, che stava piangendo quei morti, arrivarono gli Americani. Iniziò così una sorta di damnatio memoriae sui patrioti di qui. «La verità è questa – ricorda Pezzino – quei partigiani si stavano spostando, fortuitamente ebbero lo scontro a fuoco».
DALLA PAGINA FACEBOOK DEL SINDACO IL VIDEO DELLE CELEBRAZIONI
Era un gruppo di patrioti, giovanissimi, con nessuna esperienza. Questa fu una colpa ulteriore. In quell’area avevano fatto poco. Quello scontro a fuoco venne visto come una bravata. Per anni i partigiani non hanno partecipato alla commemorazione. Quell’azione servì ai tempi di un’altra guerra, quella «fredda» per dividere i moderati (nella fattispecie la Dc) dal partito comunista. «Mia madre non ha mai commentato quegli avvenimenti, mai una parola – racconta Bruna – oggi possiamo dire che fu tutta colpa di Mussolini che ci portò in guerra. Mio padre, prima di morire, si era fatto Grecia e Albania. La sua qualifica era portaordini di prima linea, era sempre sulla linea del fuoco».
Il Dopoguerra fu terribile per gente come la famiglia Fulceri. «Eravamo mia madre e due figli piccoli – ricorda Bruna – lei faceva la tabaccaia, s’alzava la mattina presto e tornava la sera e noi si restava soli tutto il giorno ». Guardistallo ha subito la sorte di questa memoria non «condivisa», come Civitella della Chiana, la cui strage avvenne nello stesso giorno, come succederà per Sant’Anna di Stazzema. Il vicesindaco versiliese oggi sarà alla commemorazione al cippo di Guardistallo. Il riconoscimento dello Stato arrivò tardivo ed insufficiente. Solo una medaglia di bronzo al valor militare (a Stazzema è stato concesso l’oro). «E a noi arrivò tardivo il riconoscimento di orfani di guerra» ricorda Loretta. «Per fortuna non vidi la fucilazione – ricorda la signora Camerini – ma sentì tutto. Prima i lamenti di questi disgraziati, poi i colpi di mitragliatrice. Solo dopo sapemmo che erano stati ammazzati».
(Nella il sindaco di Guardistallo con Bruna Fulceri a sinistra e Loretta Camerini a destra)
I morti furono sepolti in una fossa comune. «C’erano dei ragazzi che lavoravano per i tedeschi – aggiunge Loretta – i corpi venivano accatastati nella fossa e ricoperti con delle frasche tagliate nel bosco». Quando le salme furono riesumate, la gran parte dei morti aveva le tasche rivoltate. «Rubavano i soldi ai morti» aggiunge Bruna. Che in quelle ore si ritrovò in una stalla con altre persone e un morto. «Fuori i tedeschi con le mitragliatrici – Bruna ricorda il racconto fattole dalla madre – io ero in braccio a lei e piangevo. Dalla paura, dal caldo, anche dalla fame che era tanta».
Un soldato si avvicinò a questa madre, che non sapeva di essere già vedova, e le porse una caramella per la bimba. «Mia madre era terrorizzata – ricorda Bruna – in quei giorni si parlava anche di caramelle avvelenate lasciate dai tedeschi. La rifiutò ed il soldato la spezzo e si mise la metà in bocca dicendo: ho figli anch’io...».
A Guardistallo c ’erano soldati giovani, tedeschi ma anche mongoli, come venivano chiamati i soldati del Turkestan, arruolati sotto la svastica. «I mongoli – ricorda Loretta –rubavano tutto quello che potevano, soprattutto la notte quando i loro superiori non potevano vedere».
Si viveva così all’epoca. Fra le ruberie degli occupanti, le angherie dei fascisti e la paura dei bombardamenti alleati. «Passavano tutti i giorni – ricorda Loretta – e noi si andava al rifugio per ripararsi. Il rastrellamento dei tedeschi avvenne proprio quando finì il bombardamento».
Il Dopoguerra fu terribile per tutti. Con tanti misteri. Nel registro dell’anagrafe i morti non vennero registrati nella colonna delle fine violente, ma in quelle naturali. Un errore o che altro? Ma tutto sembrava congiurare perché quei 63 morti fossero dimenticati. A ristabilire verità e giustizia ci ha pensato «Anatomia di un massacro. Controversia sopra una strage nazista» scritta da Pezzino nel 1997 su richiesta dello stesso Comune di Guardistallo che voleva mettere fine, mezzo secolo dopo la strage, ad un paese diviso dalla rabbia e dal dolore.
Talmente diviso che nelle testimonianze dei parenti delle vittime agli inglesi che aprirono subito un’inchiesta sulla strage, nessuno ha mai ammesso di avere aiutato i partigiani. Quasi fosse un colpa. Oggi, si pensa, tutto questo è cancellato.
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