Bruno Pontecorvo il genio che scelse l’Urss
Da Marina di Pisa al gruppo di via Panisperna con Fermi. Poi l’adesione al Partito comunista e nel 1950 la svolta choc: lascia l’Occidente e va da Stalin. Giovedì 22 agosto ricorre il centenario della nascita
Alla giornalista Miriam Mafai, che gli chiedeva se si fosse mai pentito della sua scelta, Bruno Pontecorvo rispose: «No, ma sapevo di non avere il biglietto di ritorno». La scelta è quella, fatta nel 1950, in piena guerra fredda, di passare la cortina di ferro ed emigrare nell’Unione Sovietica. Un episodio sensazionale, che all’epoca fece scalpore a livello mondiale e che a distanza di più di sessant’anni fa ancora discutere, avvolto com’è da un ormai indissolubile alone di mistero. Rendiamoci conto: Bruno Pontecorvo, scienziato di caratura internazionale, allievo di Enrico Fermi, in possesso del know-how sull’uso dell’energia atomica, dopo anni di lavoro in Italia, Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna, prese armi e bagagli e se ne andò in Urss, portando in dote a Stalin le sue eccezionali conoscenze. Nel mondo occidentale fu uno choc enorme.
Il centenario. La storia straordinaria di Bruno Pontecorvo (strano che nessuno abbia mai pensato di tirarci fuori un film, meglio ancora una fiction) torna d’attualità perché giovedì 22 agosto ricorre il centenario della nascita, avvenuta nel 1913 a Marina di Pisa. E tra poco, esattamente il 24 settembre, sono venti anni dalla morte (a Dubna, in Russia, nel 1993). Una vita da protagonista, con aspetti sicuramente controversi. Su una cosa però non ci possono essere dubbi: Bruno Pontecorvo è stato un grandissimo fisico, i suoi studi sui neutrini (particelle elementari di massa estremamente piccola di cui ha contribuito in modo decisivo a svelare i misteri) lo pongono nel gotha degli scienziati del Novecento. Avrebbe meritato il Nobel, ma gli americani, al solo sentire il suo nome, inorridivano: non si può dare il Nobel a un traditore comunista. Ecco, il punto è proprio questo: Pontecorvo è stato giudicato in base alla decisione clamorosa del 1950, che ha messo in ombra i suoi meriti scientifici. Per i nemici del comunismo, il fisico italiano è stato soltanto un voltagabbana e anche una spia al servizio dei sovietici ben prima del Cinquanta (accusa che però non ha prove a supporto). Per la sinistra italiana, invece, Pontecorvo è stato soprattutto un uomo coraggioso, simbolo di pace, ingiustamente ostracizzato.
Pisa, Roma, Parigi. Bruno nacque in una ricca famiglia di imprenditori ebrei non praticanti. Crebbe quindi nella Pisa alto borghese, senza tanti pensieri, se non quelli di giocare a tennis e di fare le vacanze a Forte dei Marmi. Poi l’inizio degli studi alla facoltà di ingegneria a Pisa e il grande salto a Roma, dove entrò nel gruppo di Fermi, i famosi ragazzi di via Panisperna. Un cervello geniale e un animo desideroso di nuove esperienze tanto che nel 1936, ormai fisico affermato, Pontecorvo si trasferì a Parigi, alla corte di Irene Curie, figlia dei premi Nobel Marie e Pierre. Ed è lì che, entrando in contatto con gli antifascisti emigrati in Francia, cominciò a interessarsi di politica e a orientarsi verso le idee comuniste. A Parigi venne raggiunto dal fratello minore Gillo (in Italia infuriavano le leggi razziali, che colpirono duramente anche la famiglia Pontecorvo, costretta a una vera e propria diaspora) destinato a diventare un regista cinematografico di fama internazionale. E nell’estate del 1939, proprio alla vigilia dell’alleanza fra Germania nazista e Urss, il patto Molotov-Ribbentrop, Bruno decise di prendere la tessera del Partito comunista. Da simpatizzante divenne militante.
In America e in Gran Bretagna. Nel 1940 dovette abbandonare la Parigi occupata dai nazisti e si trasferì negli Stati Uniti, nel centro petrolifero di Tulsa. Ma l’Fbi lo teneva d’occhio: un po’ perché la voce che era comunista aveva varcato l’oceano, un po’ perché, in quanto italiano, era un nemico di guerra degli Usa. Nel 1942 subì una perquisizione in casa. Tirava ariaccia e l’anno successivo decise di trasferirsi in Canada. Fermi, che nel frattempo lavorava alla bomba atomica, non l’aveva coinvolto nel progetto: sapeva che Pontecorvo era considerato un comunista, e non voleva guai. Ma il girovagare non era finito. Nel 1947 Pontecorvo e famiglia fecero nuovamente le valigie: trasferimento in Gran Bretagna, al centro nucleare di Harwell. Bruno ottenne la cittadinanza britannica.
Il grande passo. Siamo nell’anno della decisione clou della sua vita. Perché se ne andò in Urss? Era tutto pianificato da tempo o fu un fatto improvviso? Domande a cui non è possibile dare risposte certe. Lo stesso Pontecorvo non ha mai rivelato i particolari della sua “fuga”. Anche con la Mafai, che su di lui ha scritto il libro “Il lungo freddo. Storia di Bruno Pontecorvo, lo scienziato che scelse l’Urss”, fu chiaro: «Io ti racconto tante cose ma non mi chiedere chi mi ha aiutato a raggiungere l’Unione Sovietica. Non lo dirò mai». L’ipotesi principale è che Pontecorvo abbia maturato la decisione qualche mese prima e che sia stato aiutato, finanziariamente e logisticamente, dalla rete clandestina del Pci. Emilio Sereni, uno dei massimi dirigenti del partito, era suo cugino. Così Bruno, venuto in Italia per le ferie estive, non tornò più in Gran Bretagna. Raggiunse la Finlandia, e da lì, insieme alla moglie e ai tre figli, passò il confine con l’Urss.
Perché lo fece? Torniamo a bomba. Perché lo fece? I detrattori fanno presto. Dicono: era una spia, aveva spiato abbastanza, era tutto programmato. Ma la storia sembra più complessa. Pontecorvo si sentiva minacciato. Negli Usa stava imperversando la caccia alle streghe anticomunista, il periodo passato alla storia come maccartismo. E gli effetti si sentivano anche in Gran Bretagna. Klaus Fuchs, un collega di Pontecorvo ad Harwell, era stato arrestato ed aveva confessato di aver passato informazioni segrete ai sovietici. Bruno era consapevole che l’Fbi gli era stato alle calcagna e aveva fornito un dossier all’MI5, il servizio di sicurezza inglese, sul fatto che era, o comunque era stato, comunista. Inoltre Fermi aveva intenzione di denunciare il governo Usa perché aveva usato i brevetti delle scoperte nucleari del suo gruppo di lavoro senza pagare un dollaro. Tra coloro che avevano diritto ai soldi c’era anche Pontecorvo. Ve lo immaginate? Il comunista che batte cassa con il presidente Truman. Insomma, Pontecorvo temeva di essere arrestato. C’era poi in lui la sincera speranza che in Urss avrebbe potuto mettere il suo sapere al servizio della pace in un momento in cui il mondo sembrava sull’orlo di un terzo conflitto globale.
Scomparso e riapparso. Di fatto, Bruno e la famiglia sparirono. Che avessero raggiunto l’Urss rimase per anni un’ipotesi probabile, ma non c’erano certezze. Pontecorvo riapparve nel 1955, con un proclama al mondo contro l’uso del nucleare per fini bellici. Fino a quel momento i russi lo avevano tenuto nel laboratorio di Dubna, vicino a Mosca, senza farlo lavorare sulla bomba atomica, che peraltro possedevano già dal 1949. Era diventato cittadino sovietico e si chiamava Bruno Maksimovich Pontekorvo. La Mafai sostiene che con l’invasione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968 svanirono le illusioni di Bruno sul socialismo reale. Pontecorvo rimise piede in Italia nel 1978. Tornò spesso ma continuò a vivere a Dubna. Vide la perestroika di Gorbaciov e il disfacimento dell’Urss. Morì nel 1993, portando con sé i suoi segreti veri e presunti.
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