Paolo Crepet in Toscana: «Pensare oggi fa paura, dalle arance insapori ai voli low cost, ci siamo abituati alla mediocrità»
L’intervista allo psichiatra che analizza le difficoltà di oggi nel produrre un pensiero libero: «Riflettere non è un reato ma un esercizio di libertà». Il 30 luglio a Torre del Lago e il 31 a Siena con la conferenza-spettacolo
La capacità di pensare, di produrre un pensiero libero, oggi fa paura; come se pensare equivalesse, paradossalmente, a compiere un reato. Una paura tale da portare, persino, ad auto-inibire la propria facoltà di pensare, con conseguenze devastanti. Su questo atteggiamento che ravvisa purtroppo sempre più radicato, un osservatore “totale” come Paolo Crepet – psichiatra, sociologo, scrittore, opinionista – ha sentito l’urgenza di soffermarsi e condividere una analisi. “Il reato di pensare” è, infatti, il titolo del suo ultimo libro e della sua ultima conferenza-spettacolo, che avrà in estate due date toscane: il 30 luglio al Gran Teatro all’aperto di Torre del Lago (Viareggio), il 31 alla Fortezza Medicea di Siena (biglietti www.ticketone).
Professor Crepet cosa succede? Siamo in pericolo.
«Quel che sta accadendo ha del clamoroso: si fa fatica a parlare, a pensare di essere liberi. Tutto ciò è drammatico; non accade solo in Italia, ma ovunque. Abbiamo parlato tanto di democrazia, ma la democrazia non c’è dal punto di vista creativo. Dove è finita la creatività? Non per fare i passatisti romantici, ma la creatività è scomparsa anche dall’arte».
Come ci siamo arrivati?
«Ci siamo adattati alla mediocrità. Vai al mercato pensando di trovare qualcosa di buono e trovi solo arance insapori. Non protestiamo più, ci si adatta alle arance insapori. C’è un appiattimento legato a un’idea di democrazia».
Nella quotidianità in cosa lo ritroviamo?
«Che ci siano voli low cost è una forma di democrazia. Ma i voli low cost hanno fatto sì che la nostra bellezza sia consumata da chiunque. È democrazia questa? A Firenze, a Pisa: sembra che l’unico diritto sia usufruire dei luoghi senza soffermarsi sulla qualità della cucina, senza sedersi al tavolo di un ristorante. Se manca questa bellezza, mancano gli argomenti per pensare. Come si fa ad andare a Firenze per visitare il battistero e aspettare in una coda di mille persone?».
Però, anche se pensano meno, con il cellulare in tasca le persone si sentono libere.
«Che un tredicenne possa andare in piazza Santa Croce alle tre di notte, ubriaco, e starci fin alle quattro, è libertà? Libertà è fare quello che piace a te stesso, è garbarsi. A me piace passeggiare per Firenze di notte, non incontrare torme di gente che vomita. Il problema è la ricaduta sul senso di amore per la libertà e sul diritto a essere creativi e ribelli. Chi si ribella oggi? Nessuno. Oliviero Toscani è stato l’ultimo ribelle, gli altri sono coglioni».
Che rapporto hanno i politici di oggi con il pensare?
«I politici li capisco, e mi fanno anche pena. Oggi è difficile fare politica. Se apri un giornale, è tutto molto complicato. La soluzione in cui i politici cercano di rifugiarsi è il consenso. Ma la politica è il contrario del consenso: uno dice quello che pensa e se poi non aggrada chi se ne importa. Un importante politico venuto ad ascoltarmi, dopo la conferenza mi disse “la invidio. Io non sono libero, sennò chi mi vota?”. Io che ci posso fare. La politica ha sempre avuto il problema del consenso, ma l’ha svolto diversamente. I politici del dopoguerra avevano uno status, personalità; la politica era glamour, oggi no».
Quindi cosa serve?
«Ci vuole una rivolta: cominciare a pensare è pericoloso, e quindi giusto. Ci dev’essere qualcuno che fa una rivoluzione. Michelangelo non era politicamente corretto. Ognuno guarda e giudica quel che sente, ma non c’è chi pensa».
Da dove cominciamo a fare la rivoluzione?
«Io sono partito dal mio mestiere, poi mi sono traghettato da un’altra parte, c’era nebbia, non ci si vedeva bene. L’importante è partire. C’è gente che per quarant’anni ha riciclato se stessa. Io non sono mai stato fermo».
