Il Tirreno

L’intervista

Ridere fa proprio bene, Katia Beni: «Il segreto? Improvvisare»

di Claudio Marmugi

	Catia Beni al Tirreno
Catia Beni al Tirreno

L’attrice in visita al Tirreno per presentare “Comicopoli”: «Un tema sociale per ogni serata, divertiamoci riflettendo»

16 maggio 2024
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Katia Beni è una bomba. Attrice straordinaria (dal 2 maggio è tra le protagoniste del film “Sei nell’anima”, il biopic su Gianna Nannini di Netflix diretto da Cinzia Th Torrini), comica dirompente («con 42 anni di rodaggio»), l’artista fiorentina (originaria di Scandicci), classe 1961, ieri ha fatto irruzione nelle stanze del Tirreno nelle vesti di mente creativa e direttrice artistica di “Comicopoli”, la Festa della comicità di Montopoli Valdarno, giunta quest’anno alla sua terza edizione, che per tre giorni, dal 21 al 23 giugno, trasformerà il suggestivo borgo medievale in provincia di Pisa nella capitale italiana della comicità, con ospiti illustri del mondo del cabaret, dall’astro nascente Jonathan Canini al veterano Paolo Rossi, da Lucia Ocone a Paolo Migone, passando per Ale&Franz e la Banda Osiris.

Una kermesse nata con la collaborazione di Eliopoli Summer e Star.Tip, il contributo della Regione Toscana e del Comune di Montopoli Valdarno. La visita al nostro giornale, accompagnata da Stefania Rossi (per Eliopoli Summer) e Antonella Moretti (per Start.Tip), è stata l’occasione per intervistare l’attrice sulla sua arte e per carpirle i segreti della regina assoluta del suo festival: sua maestà la Risata.

Katia, ci può dire cos’è “Comicopoli” in poche parole?

“Comicopoli” è una festa, un omaggio alla risata. Che far ridere fosse difficile lo sapevo, ora inizio a pensare che sia anche difficile organizzare una festa della comicità! Scherzi a parte, “Comicopoli” è una gran bella cosa, perché non è una rassegna, è un progetto, un sincero tributo ai comici e ai vari generi di comicità. Vi dico subito che ogni serata sarà abbinata a un tema sociale, perché la risata può portare all’impegno e a grandi riflessioni, ridere è un modo trasversale per arrivare alle persone (diverse le associazioni coinvolte: Emergency, Il bosco di Archimede, Frida, Il Melo, ToscanaPride tra le altre, ndr).

Si può imparare a far ridere?

«Il mio maestro, Alessandro Benvenuti, che l’anno scorso è stato anche ospite a “Comicopoli”, divide i comici in tre tipologie: il comico di razza (quello che nasce comico, i tempi ce li ha da solo e non glieli insegni), il comico da allenamento (quello che se si allena fa ridere) e l’attore brillante (quelli delle commedie, con i tempi comici teatrali). Prendendo gli stessi Giancattivi, Nuti era il comico di razza, Benvenuti il comico d’allenamento, Athina Cenci l’attrice brillante».

E il pubblico può imparare a ridere?

«Bisogna capire perché ride e come. Per esempio, quando io vado a vedere i miei colleghi comici spesso rido dentro, non fuori. Ma al comico piace sentire la risata fragorosa. Però, a volte, la risata di pancia fa perdere la tensione (e l’attenzione) allo spettatore. Se uno spettatore si piega dalle risate, se si lascia andare, in realtà distoglie lo sguardo da te che sei sul palco. La perfezione sarebbe una buona risata sonora e lo sguardo fisso sull’attore».

C’è un luogo in Toscana dove il pubblico è più predisposto alla risata?

«Dipende. Per me, Livorno è una città esigente dove non verrei mai a provare una cosa “nuova”. L’umorismo è già dentro ai livornesi e, di fatto, quando sali, ti sfidano: “Tanto non mi fai ridere”. Il fiorentino invece è snob, sembra sempre che quello che stai facendo non lo interessi. Per me, è l’area pisana la zona migliore, la Valdera, ma non perché ci facciamo “Comicopoli”, proprio perché son predisposti, sono più aperti alla comicità».

Ci sono delle variabili?

«Il pubblico non è mai uguale e il comico non deve dare mai nulla per scontato». Ci può fare un esempio? «Infiniti. Pensate a quello che arriva in teatro in extremis perché non trova parcheggio, lui prima di farlo ridere ci metti un po’. Una volta ero a fare cabaret con Anna Meacci a una cena-spettacolo, con un testo rodatissimo. Si entra in scena e si comincia come sempre, scende il gelo. Al posto di ascoltare le risate avvertiamo una tensione mai sentita per noi incomprensibile, si poteva tagliare a fette. Abbiamo scoperto dopo che avevano mangiato malissimo, molti non avevano nemmeno cenato».

Ha un trucco tutto suo per scatenare la risata?

«L’improvvisazione. Mi piace parlare col pubblico. Anche informarmi su quello che è successo nei giorni precedenti nel posto dove vado a fare lo spettacolo, è una cosa che ti avvicina allo spettatore».

Quanto è importante il pubblico dalla parte dell’artista?

«Io vengo dalle Feste dell’Unità, la mia gavetta l’ho fatta lì, col palco incastrato tra il gioco del maialino, l’uomo col megafono con i numeri della ruota di Montespertoli e la grigliata della rosticciana a ridosso. Quando tornavo dalle prime serate di cabaret e puzzavo di griglia, la mia mamma probabilmente pensava: “Sarà che fa la comica, secondo me lavora in rosticceria”».

Essere donna l'ha aiutata nel suo lavoro?

«La comicità al femminile all’inizio era più difficile di quella maschile, parlo dei primi anni Ottanta, forse perché il pubblico era meno abituato a vederci sul palco, però la formazione nelle piazze (e nelle feste di cui sopra) mi ha reso più da battaglia»..

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