Il Tirreno

L’intervista

Pupo si racconta: le figlie, i fallimenti, il gioco e l’ultimo show (da tutto esaurito)

di Francesca Bandinelli
Pupo si racconta: le figlie, i fallimenti, il gioco e l’ultimo show (da tutto esaurito)

Dopo il sold out di Mantova, pure il Tuscany Hall di Firenze sarà esaurito. Il cantante: «I fallimenti sono stati la mia più grande forza, mamma gridandomelo mi ha salvato». I ricordi dei viaggi in Russia e Ucraina

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FIRENZE. L’emozione c’è sempre, anche dopo oltre quarant’anni di carriera musicale, ma nella sua Firenze, forse, sarà persino di più. Pupo, dopo gli spettacoli australiani di Perth, Sydney e Melbourne, e quelli europei alle porte tra Svizzera, Belgio e Germania, torna a casa. E lo farà a modo suo, con una performance inedita: talmente nuova da essere finita, pure stavolta, sold out. Domani sera (venerdì 21), dal palcoscenico del Tuscany Hall, con al fianco sua figlia Clara, regalerà emozioni, le stesse trasmesse al telefono. Perché in una lunga chiacchierata, ci ha raccontato tanto, trasmettendo vita, verità, persino dolore. E soprattutto resilienza. Dopo essere caduto, lui si è rialzato. «Si può rinascere, io ho avuto questa fortuna: voglio raccontarlo, voglio essere testimone di chi ha bisogno di sentirsi dire che sì, dopo gli errori si può essere più forti». Parla dell’amore, per le tre figlie, per le sue due donne, per sua madre, salvifica anche nel momento di maggior dolore, e pure della guerra, che non intende ridurre a due poli, chi ha torto e chi ha ragione, perché «russi e ucraini sono fratelli». E poi c’è la Fiorentina, la passione per Antognoni e il sogno, nemmeno troppo difficile da esaudire, di risentire “Firenze Santa Maria Novella” di nuovo diffusa dagli altoparlanti del Franchi. Magari per la conquista di un titolo. O di una finale. Mancano poche ore, il viaggio tra le note di Pupo sta per cominciare: «Su di noi…la nostra storia».

Pupo, che serata sarà quella del Tuscany Hall?

«Abbiamo già testato questo spettacolo, su cui lavoro da un paio d’anni, nella data zero in provincia di Arezzo. Sono rimasto una settimana in teatro a preparare ogni dettaglio ed è stato un tripudio, qualcosa capace di andare oltre ogni aspettativa. Il primo sold out è stato al Teatro Sociale di Mantova, dove mancavo da tanto tempo. Ho studiato una formula unica: il mio non è né un concerto né una pièce teatrale classica. È un misto tra un racconto di vita con filmati inediti che ho selezionato negli anni e un lavoro tecnico di sincro con il canto, da quando ero giovane a oggi. È un racconto, anche drammatico, delle mie esperienze sul gioco d’azzardo, sul sesso, sulla vita sentimentale che, da 35 anni, condivido con due donne. Ci si immerge in un racconto che coinvolge, i test sono stati molto incoraggianti: anche a Firenze accadrà questo. Il Tuscany è già esaurito, la gente ha recepito che sarebbe accaduto qualcosa di nuovo e sono molto contento».

Porta sul palco i suoi 40 anni di carriera, ma anche la nuova canzone, “Centro del mondo”, cantata con la figlia Clara: successi, cadute e ripartenze messi in musica.

«È la vita ed è quello io ho insegnato alle mie figlie, ancor di più all’ultima, Clara, quella che poi ha deciso di intraprendere la carriera sulle orme del babbo. Ha una voce molto particolare. Non ha un’estensione immensa, ma è emozionale e emozionante. È con lei che ho voluto cantare l’amore infinito che va oltre anche il senso della giustizia che un genitore prova per un figlio. Ho imparato a fare il babbo con il tempo e con Clara ci sono riuscito meglio che con le altre due, che per fortuna non sono gelose. Sono stato capace di non seminare mai senso di competizione e piccole invidie e questa canzone è la chiusura di un cerchio di un padre che dice alle proprie figlie: “Sono il vostro babbo, non un amico, ma sempre il vostro punto di riferimento”. C’è una frase che secondo me è la sintesi perfetta, quando dico “avrò cura di te, anche in futuro, quando io sarò soltanto un pensiero”».

Riesce così a parlare anche della morte.

«Esatto. E questa è la dichiarazione di un padre che confessa alle proprie figlie che ci sarà sempre, in qualunque forma».

Per lei che canta l’amore, cos’è l’amore?

«Al 90% è tribolazione, dolore, sofferenza e tutto ciò che è più difficile da affrontare al mondo. Ma è l’unico modo per dare un senso alla vita. E quando non c’è l’amore, non c’è la vita. È il motore totale di tutto quello facciamo, non solo quello tra un uomo e una donna, semplicemente fra le persone. L’amore è per qualsiasi cosa. Io mi sono innamorato dell’arte, della Fiorentina, come della mia città e della mia terra, la Toscana, che mi emoziona. È una metafora della vita. Attesa, sofferenza, ancora attesa, esplosione, gioia, brividi intensi. Ad un certo punto dello spettacolo, canto una canzone che non conosce quasi nessuno, ma che secondo me è una delle più belle che ho scritto. Dice di non cedere e non rassegnarsi all’indifferenza. Perché l’indifferenza, che è il titolo, è una trappola: è un salto nel vuoto, nel baratro».

Cosa ha imparato dalle sue sconfitte?

«Tutto. Non si può maturare e crescere se non si ha la fortuna di sbagliare. Il Dalai Lama diceva: “Quando perdi, non perdere la lezione”. Il dramma del nostro tempo è che i giovani non sono pronti al fallimento, è una parola che fa paura. Una volta, me l’ha detta mia mamma in faccia. Mia madre, è la donna che più amo, ma che per certi versi ho odiato di più. Una volta mi disse: “Sei un fallito”. Viveva il dramma del gioco d’azzardo: mio padre era patologico e io avevo seguìto le sue orme. I paesi in Toscana, negli anni 60/70 erano bische clandestine. Quando sperperai tutto quello che avevo, giustamente, mi diede del fallito. Sentirselo dire dalla propria mamma non è semplice. La mia reazione fu al limite della violenza, me ne pento. Non avrei mai immaginato che quelle parole, che dentro di me sanguinano ancora oggi, sarebbero diventate la mia grande forza. L’errore e il fallimento, quando hai la fortuna di superarli, diventano un valore aggiunto. Io sono un “sopravvissuto”, perché ho avuto la possibilità di tornare ad essere quello che ero, sotto il profilo della credibilità, ad essere persino meglio di prima, dopo aver toccato il fondo. E questa storia voglio raccontarla perché si deve sapere che ci sono possibilità di ricostruzione per tutti».

Pupo sale sul palco dopo 24 ore dalla gara di ritorno della Fiorentina in Conference League. Che effetto le fa?

«Spero di cantare Firenze Santa Maria Novella con la gioia che provo in giro per il mondo e che sentivo ogni volta che allo stadio la diffondevano, alla fine di ogni partita. Qualche giorno fa ho parlato anche col presidente Commisso: è un vecchio amico, di quando andavo in tournée negli Stati Uniti. Mi ha detto che non sa bene il perché non venga più diffusa a fine gara, magari si potrà riproporre».

Ci potrà essere qualche altro campione di questa Fiorentina meritevole di menzione in una sua canzone, come Antognoni?

«Giancarlo è diventato un amico, sarà presente anche al concerto. Il calcio di quegli anni era diverso rispetto a quello di oggi. Antognoni fa parte del racconto della mia vita non solo perché è stato una bandiera a Firenze, rimanendo per tutta la carriera in viola, ma nell’82 è salito pure sul tetto del mondo. Io sono sempre stato un appassionato di calcio, con Morandi e Mogol ho fondato la Nazionale cantanti che ha distribuito più di 140 milioni di euro in beneficenza. Questa è una stagione entusiasmante: contro l’Atalanta, la Fiorentina è stata protagonista di una gara importante, avremmo potuto vincere, ma il calcio di oggi è diverso».

Che ricordi ha dei tanti viaggi tra Russia e Ucraina?

«Ci ho passato 35 anni della mia vita, e i primi di maggio andrò a Mosca. Amo l’Ucraina e la Russia, le città che oggi vengono bombardate le ho visitate decina di volte. Penso a Odessa, Kiev, Kharkiv, Dnipro e pure tante realtà della Russia: russi e ucraini sono sempre stati fratelli. Non posso prendere le parti dell’uno o dell’altro e non semplifico. Qui si giudica in maniera superficiale: c’è un aggredito e un aggressore, è vero, ma è pur sempre una valutazione riduttiva. Anche se canto canzoni semplici, sono un uomo profondo».

Che “Su di noi” possa un giorno non esserci nemmeno una nuvola?

«Sì. Nemmeno una nuvola, è il titolo della nuova era dell’umanità».

© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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