Il Tirreno

La grande arte in Toscana

Con luce, colori e fisica della percezione: le opere di Eliasson sono un atto politico

di Sabrina Carollo
Con luce, colori e fisica della percezione: le opere di Eliasson sono un atto politico

A Palazzo Strozzi di Firenze la mostra “Nel tuo tempo” dell’artista danese-islandese

21 settembre 2022
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Una chiamata alla responsabilità di ciascuno. Il lavoro di Olafur Eliasson, artista danese-islandese che crea opere fatte principalmente di luce e riflessi, utilizzando la fisica e i principi della percezione, è la dimostrazione di quanto l’arte contemporanea sia un atto politico in veste estetica. Il suo lavoro, in mostra a Palazzo Strozzi a Firenze fino al 22 gennaio con “Nel tuo tempo”, non è solo intensamente lirico: è un sussurro alla coscienza di ciascuno, in quel modo che solo l’arte ha di raggiungere il bersaglio agendo sottopelle, stimolando le percezioni per arrivare al cuore.

Una ventina le opere esposte, molte delle quali create appositamente per la mostra fiorentina, trasformato così in uno degli attori fondamentali del dialogo che si crea nelle stanze: dai sotterranei al cortile, fino naturalmente al piano nobile, le opere di Eliasson utilizzano gli elementi architettonici dell’edificio rinascimentale per creare corrispondenze e contrasti, proponendo riflessioni filosofiche e interrogando lo spettatore, terzo protagonista della relazione. Il suo sguardo viene chiamato in causa come strumento di costruzione della realtà: «L’esperienza non è qualcosa che ci succede, bensì qualcosa che scegliamo di fare – spiega l’artista – Nell’osservazione non siamo mai oggettivi, semmai sempre condizionati dal nostro passato e dalle circostanze. Ognuno percepisce la stessa opera in modi differenti, e penso che questo rappresenti l’opportunità di sperimentare come si possa condividere uno spazio senza essere d’accordo».

Un incoraggiamento a vivere, pacificamente, in modo coerente con i propri principi. Già dal titolo, con quel “Tuo”, l’artista vuole sottolineare la centralità di chi guarda: «La maggior parte delle opere esposte sono effimere, alcune stanze potrebbero sembrare quasi vuote – prosegue Eliasson – Ma questo serve a sottolineare il fatto che l’arte consiste nella qualità della propria esperienza, nella relazione tra te e le circostanze storiche e spaziali in cui ti trovi». Così l’individualità di ciascuno e la propria singolare esperienza è legittimata, non affermata a dispetto di quelle degli altri, quanto piuttosto legata a una relazione di reciprocità. Avviene per esempio che in “Room for one colour” in cui lampade monofrequenza diffondono nello spazio immacolato la propria luce gialla, il nostro occhio percepisca solo sfumature di bianco e nero. Ma per cogliere questa modifica è necessario essere in due, osservare nell’altro la propria mutata capacità di cogliere i colori.

Un esercizio di riflessione sulla realtà che prosegue un po’ in tutte le stanze, a partire dalle prime tre in cui le finestre, proiettate sul muro o attraversate dalla luce, sono al centro della riflessione sul significato stesso del loro essere, come cornice da superare per osservare l’esterno che qui invece diventa superficie osservabile essa stessa, trasformandosi in traccia di significato. «La finestra è come una lente attraverso cui ci affacciamo alla realtà e la guardiamo – spiega Eliasson – ed è importante essere consapevoli di quali lenti scegliamo, e di cosa decidiamo di inquadrare con il nostro sguardo, perché quello definisce la nostra realtà». Che in tempo di social media, fake news e soprattutto di algoritmi selezionatori diventa una rivendicazione fortemente politica, riconducendo al singolo la responsabilità della propria attenzione.

Lo stesso avviene nell’installazione “Under the weather” collocata nel cortile del palazzo, costituita da una struttura ellittica di 11 metri sospesa a 8 metri da terra in cui, grazie a un fenomeno ottico chiamato effetto moiré, a seconda della posizione in cui si trova l’osservatore e al movimento che compie l’opera, sembra trasformarsi e allo stesso tempo modificare lo spazio circostante. O addirittura con la realtà virtuale di cui si può fare esperienza nell’area sotterranea della Strozzina, dove grazie ai visori ci si muove attraverso spazi psichedelici e irreali sperimentando emozioni pur senza spostarsi fisicamente.

Tutto il lavoro di Olafur Eliasson è insomma un invito alla partecipazione attiva del pubblico che in questo modo si affranca da una fruizione consumistica delle opere e prende consapevolezza del proprio valore e di quello delle proprie scelte, rispetto alla realtà.
 

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