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L’intervista

Federico Buffa e il suo olimpo dello sport, da Michael Jordan a Maradona e Pelé: «Messi? Vi dico perché non c’è»

di Francesco Turchi
Federico Buffa
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Federico Buffa

Il giornalista e storyteller farà tappa giovedì 5 novembre a Montecatini con il suo show su Jordan: «Come sta la nostra pallacanestro? La colonizzazione statunitense continua...»

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MONTECATINI. «Perché proprio Michael? Beh, per il mondo baskettaro è l’atleta del Novecento. E per me è nell’Olimpo insieme a Maradona, Pelé e Muhammad Alì». Jordan è un’icona sportiva planetaria che Federico Buffa racconta sul palco da oltre due anni - insieme all’inseparabile Alessandro Nidi al pianoforte - con uno spettacolo che giovedì 5 novembre farà tappa al Teatro Verdi di Montecatini Terme. Una stella assoluta raccontata da chi l’ha ammirato da pochi passi, da telecronista, insieme a un’altra voce simbolo della pallacanestro, Flavio Tranquillo.

L’evoluzione professionale ha portato il giornalista Buffa a riempire anche i teatri come storyteller, con le sue narrazioni di sport che si intrecciano con la storia, il costume, la musica, compreso “Otto infinito - vita e morte di un Mamba”, dedicato a un’altra leggenda della pallacanestro, il compianto Kobe Bryant, scomparso nel 2020 a 41 anni. Ma Buffa tornerà in Toscana anche il 17 novembre al Teatro di Fiesole, con “Olimpiadi tra guerra e pace”, spettacolo ideato da Federico Buffa e Moris Gasparri, con l’accompagnamento musicale di Nidi.

Buffa, com’è nato “Number 23. Vita e splendori di Michael Jordan”?

«Mi veniva chiesto spesso di raccontare la sua storia e le sue gesta nei meeting aziendali. E mi rendevo conto che avevo tanta aneddotica su di lui. E quindi un giorno mi sono detto “perché non realizzarci uno spettacolo?”».

L’idea si è rivelata vincente…

«Abbiamo debuttato a Tempio Pausania. A poche ore dallo show non avevamo la minima idea di cosa dire. Quando arrivo lì scopro che lo spettacolo è per abbonati: il pubblico è quasi tutto over 70. Vado da una signora e le chiedo se è consapevole di cosa la aspetta. E lei mi dice “certo, mi sono documentata, ci parlerà del tennista Jordan”. Le premesse era queste, ma è andata bene, così come il giorno dopo a Olbia. La scorsa estate abbiamo fatto 2mila spettatori al Castello Sforzesco e a breve ne faremo altrettanti al Teatro degli Arcimboldi a Milano».

Nel suo Olimpo non c’è Messi, per esempio. Perché?

«Maradona è stato un simbolo mondiale: ricordo per esempio che quando fu squalificato per doping ai Mondiali del ‘94 , ci fu uno sciopero a Dacca, in Bangladesh: la gente protestava perché gli avevano tolto la cosa più bella».

E c’è anche Pelé…

«Quando i più giovani mi parlano di Lionel Messi, io gli rispondo di andarsi a vedere su Youtube i gol fatti da Pelé. E consideriamo che ne sono visibili soltanto una parte. Ci sono centinaia di gol che Messi non sarebbe stato in grado di realizzare».

Lei ha conosciuto Michael Jordan?

«In veste di traduttore, il giorno prima di partire per la leva militare, per un’intervista con la con la Gazzetta dello Sport. Ci scattarono una foto, gliela mandai e lui la firmò: è un ricordo che custodisco gelosamente».

Però l’ha ammirato tante volte da telecronista, compresa la partita passata alla storia come “the last shot”, l’ultima giocata del numero 23 dei Chicago Bulls, nel giugno ‘98…

«Un’immagine indelebile. Lo vedevo lì, a 5 metri. Gara 6 delle Nba Finals contro gli Utah Jazz. A quaranta secondi dalla sirena i Bulls sono sotto di 3. Io e Flavio ci guardiamo e gli dico “la vince lui”. E sarà così. Sesto titolo. Non ne esistono come lui. Lebron James è ancora in campo a 42 anni per cercare di eguagliare quel record».

Come sta la nostra pallacanestro?

«La colonizzazione statunitense continua»…

Cioè?

«Gli americani si sono già presi il nostro primo sport, il calcio. Hanno comprato una dopo l’altra quasi tutti i club principali. E così succederà che butteranno giù San Siro per fare un enorme centro commerciale, con i biglietti che costeranno 200 dollari a partita. Noi siamo abituati allo sport passionale, loro stanno portando quello commerciale. È uno snaturamento, ma purtroppo non si torna indietro. Ha ragione Marcelo Bielsa quando dice che “stanno togliendo il calcio ai poveri”».

E anche il basket, con la Nba Europe, il progetto della National Basketball Association per creare una nuova lega professionistica di pallacanestro in Europa, costruita sul modello statunitense. Una lega a franchigie (comprese Milano e Roma), senza promozioni e retrocessioni. Cosa ne pensa?

«In tutto questo, tanto per fare un esempio, avremo Milano-Manchester, che nella pallacanestro non ha alcun fascino. Ma ripeto: rientra tutto in una visione commerciale dello sport, che è lontana dalla nostra. Penso per esempio, rimanendo in Toscana, ai tanti derby di basket vissuti a Pistoia e a Montecatini. Per noi il basket è passione, per loro no. Ho 67 anni, sono un nostalgico di uno sport vissuto in un’altra maniera».

Quando il campionato italiano di calcio era il top mondiale…

«Certo. C’erano i Moratti, gli Agnelli, i Berlusconi, che prendevano chi volevano e lo portavano a giocare qui. Bastava vedere il calibro dei campioni che hanno comprato. Ora lo spettacolo si è spostato in Premier League, dove il Chelsea può permettersi di spendere 60 milioni per prendere Marco Palestra».

Ma anche gli americani hanno disponibilità economica…

«Sì, ma li investono per il tipo di sport che piace a loro».

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