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L’intervista

Aldo Agroppi compie 80 anni: il primo contratto da 15mila lire, la beffa a Rivera e in tv «sempre contro i leccaculo»

di Luca Tronchetti

	Aldo Agroppi nella sua casa a Piombino (foto Barlettani)
Aldo Agroppi nella sua casa a Piombino (foto Barlettani)

Piombinese doc, è diventato la bandiera di un calcio che non c'è più: «Rimpiango i tempi delle scarpe rotte e le urla di mamma». Una carriera da calciatore legata al Tornino: «Ho la gigantografia nel gol nel derby». E sul Pisa di Anconetani: «Se avesse avuto i milioni avrebbe vinto di più del Milan di Berlusconi»

14 aprile 2024
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È partito dal basso per arrivare in A...ldo. Il Toro nella pelle e nel cuore, la maglia azzurra, una carriera di allenatore che prometteva bene sino a diventare il prototipo ideale dell’opinionista televisivo senza peli sulla lingua. Un maledetto toscano con inizio e fine del percorso umano e professionale nel luogo dell’anima: Piombino, dal quartiere popolare di via Pisa alla villa di Salivoli, frequentando il Corso Italia e giocando a carte al circolino. Aldo Agroppi oggi compie 80 anni e li festeggia con la famiglia: la moglie Nadia, 58 anni di vita assieme, i figli Nilio e Barbara e i nipoti. L’età non sarà più verde, ma il linguaggio arguto e gaglioffo, le battute dissacranti e i giudizi taglienti lontani dai luoghi comuni, non finiscono mai di annoiarti come le sue pillole di saggezza che dispensa a piene mani. Pane al pane e vino al vino perché ruffiani e diplomatici non sono ben accetti e la critica, più o meno feroce, è linfa vitale per chi ha fatto della grinta, del carattere e della generosità i tratti distintivi per disputare 250 partite in serie A.

Il mito Sivori

Da bimbo l’Aldino simpatizza per la Juventus e in particolare per Omar Sivori: «Per forza, negli anni ‘50 di programmi sportivi ce n’erano pochi. La domenica verso le 18,30 andava in onda la rubrica Telesport. Dieci minuti di calcio per la metà incentrati sulla Vecchia signora e sulle prodezze di Sivori. Lui era il mio idolo e come lui portavo i calzettoni alla cacaiola. Quando ci ho giocato contro nel 1968, con l’asso argentino a fine carriera al Napoli, per me è stato un onore marcarlo. Gli dissi che ero uno suo fans, ma che sino al triplice fischio lo avrei seguito anche negli spogliatoi. “Perché vede Sivori, io sono solo Agroppi e non mi posso permettere di farle fare un gol”».

Oratorio e povertà

Si cresce in fretta e l’infanzia vola via quando si vive in un appartamento fatiscente in un palazzo di un quartiere popolare. Con la morte che ti tocca da vicino e ti porta via un fratello e il dolore che ti devasta quando i genitori si separano con il padre licenziato dall’acciaieria e la madre che se ne va a Milano per lavorare: «Eppure quel periodo lo ricordo con rimpianto. La nostalgia per i campi sterrati del rione, le sfide infinite tra quartieri, le partite all’oratorio con il prete che funge da arbitro, le magliette fradice di sudore e le scarpe di tutti i giorni infangate e sudice che fanno saltare i nervi alla mamma perché non ci sono mai soldi per comprarle nuove. Era la nostra bellissima povertà felice mentre oggi i giovani hanno tutto e molto spesso sono ricchi e infelici».

Da Piombino al Filadelfia

Sporting Club Piombino, Club Sport Piombino e a 15 anni il settore giovanile del Piombino, la squadra che negli anni ‘50 aveva militato in B, guidata dal maestro-babbo Emo Capanna. «Ricordo il debutto in D a 17 anni: in trasferta a Calangianus in Sardegna. Io centrocampista d’ingombro che segno il primo vero gol, quello del pari. Mi sembrava di aver toccato il cielo con un dito». Poi il Torino irrompe nella sua vita per caso. «Un provino organizzato dal dottor Lievore, dirigente granata, che un giorno d’estate entra nella farmacia Biagi di Venturina dove si trovava mio babbo Ferdinando, ex arbitro e appassionato di calcio. Il Toro qualche anno prima aveva preso in zona il portiere Lido Vieri, che per me è come un fratello, e gli propone di visionarmi assieme a tre piombinesi doc: Antonio Lancioni, Topi e Maletta». Una settimana in Piemonte ed è arruolato nella Primavera: «Oggi un ragazzo di 18 anni firma il primo contratto da professionista in A e prende 100mila euro. A me davano 15mila lire e per fortuna vitto e alloggio erano a carico della società. Ma ero felice: quando entrai al Filadelfia, nello stadio degli Invincibili, provai una sensazione che ti entra nelle viscere e di cui non si può più fare a meno. Quando sposi il Torino è per sempre, come il matrimonio con la mia Nadia».

(Aldo Agroppi mostra la maglia del Torino)
 

A ritmo di Presley

Diecimila dischi in vinile. Una collezione con la musica anni ‘60 che fa da colonna sonora. «Le canzoni sono state la colonna sonora della mia vita. Il più grande di tutti è Elvis Presley mentre il brano che amo di più è “Guarda che luna” di Fred Buscaglione con il primo bacio sotto le stelle. E poi Mina, la più bella voce del mondo, il “Meraviglioso” Modugno, Celentano, Rita Pavone, Peppino di Capri, quella “rotonda sul mare” di Fred Bongusto, Little Tony, Gianni Morandi, il mio amico Don Backy. Nei momenti tristi della gioventù granata quando Oberdan Ussello, ex campione anni Trenta e tecnico delle giovanili, non mi faceva mai giocare ecco che nelle camerate dei ritiri la chitarra dell’amico Maletta e questi artisti con i loro brani mi hanno preso l’anima e mi hanno aiutato, anche dopo, a vincere la depressione».

Fabbri e Giagnoni

Agroppi, per la grinta “Cotenna”, non era un predestinato, non aveva i piedi buoni. Doveva lavorare sui polmoni: «Lavoro duro, sacrificio e rinunce senza un piano B. Volevo arrivare, essere all’altezza degli Immortali granata e giocare titolare nel Torino. Invece dovevo mordere il freno. Mi sentivo un fallito e quando telefonavo a casa per non deludere il babbo raccontavo di aver giocato la domenica segnando un gol mentre ero finito in tribuna». Arrivano i prestiti: Genoa, Ternana e Potenza. Le valigie erano sempre pronte: Modena o Catania. Poi i granata assumono Edmondo “Mondino” Fabbri. «Ci contendevamo una maglia io e Renzo Corni: stessa età, stesso ruolo; io toscano lui emiliano; io irruento, lui elegante. Claudio Nassi, amico giornalista, mi fece capire che Fabbri l’anno prima aveva visto giocare Corni a Reggio Emilia, mentre su di me non aveva avuto uno straccio di relazione». Deciso a far valere i propri diritti Agroppi va all’Hotel Gallia a Milano, sede del calciomercato: «Chiedo di parlare col signor Fabbri e a forza di insistere mi portano in un atrio. Lui mi vede e si avvicina. Mi faccio forza e gli dico: “Mi porti in ritiro, mi metta alla prova. Se a novembre non l’ho convinta e non mi ritiene all’altezza lascio il Torino e me ne vado a giocare altrove». Fabbri rimane colpito e chiama il segretario: “Faccia il contratto a questo Agroppi. Mi è piaciuto: deciso, ma educato”. È stato un grande mister e con i figli ci sentiamo ancora: ha creduto in me e mi ha fatto debuttare in serie A. Quella stagione ho firmato il primo contratto importante: 15 milioni di lire. Volevo comprarmi un’auto sportiva ma mio padre mi fermò ricordando i miei doveri di uomo e marito facendomi acquistare un appartamento per i suoceri». Con Gustavo Giagnoni, mister riconoscibile dal Colbacco, l’inventore del “Tremendismo granata” Agroppi ha accarezzato il sogno scudetto: «Un allenatore preparato, di gran temperamento. Giocavamo un calcio aggressivo ed esaltavamo il gioco di squadra. Un guerriero, un capopopolo. Grazie a lui sono arrivato alla maglia della nazionale».

(Il gol segnato alla Juventus nel derby del 1972)

Le partite indimenticabili

Il 15 ottobre 1967, il debutto in A al Comunale con successo 4-2: «L’esordio è come il primo amore non si dimentica. Terza di campionato si fa male Bruno “Maciste” Bolchi. Fabbri già alle prime ore mi fa “ragazzo, oggi giochi te dall’inizio” Aspettavo quell’esordio da tempo e andò benissimo. Ero euforico volevo festeggiare, ma sei ore dopo piombo nel peggiore degli incubi: muore Meroni, il George Best del calcio italiano, investito in corso Re Umberto da un’auto condotta da un giovane Attilio Romero, che poi sarà presidente granata». Sempre nel 1972, a marzo, il derby indimenticabile: «Era l'anno del tremendismo granata, dello scudetto scippato per una serie di errori arbitrali tutti a vantaggio della Vecchia signora. La Juve va in vantaggio con Anastasi, pareggiamo noi con una prodezza di Claudio Sala. Al 65’ colpo di testa di Fossati in area Carmignani respinge e la palla finisce a me che tra un gruppo di maglie bianconere la metto dentro. Mi sono fatto fare una gigantografia della foto del gol che ho incorniciato e custodisco in taverna. Purtroppo a fine partita corsi in ospedale a trovare mio padre che di lì a poco mi lasciò».

La beffa a Rivera

Due Coppa Italia vinte con i granata. L’ultima il 27 giugno 1971 sempre a Marassi. La finale è Torino-Milan. Finisce 0-0 anche al termine dei supplementari. Si va ai rigori a oltranza. Con la differenza che, all’epoca, calciava solo un giocatore per squadra: Maddè per i granata, Rivera per i rossoneri: «Gianni è stato l’avversario più ostico, il più grande trequartista di ogni epoca del calcio italiano. Infallibile dal dischetto. Dovevo inventarmi qualcosa che rompesse gli equilibri. Dopo il 5-5 vidi in lontananza che non aveva collocato il pallone al centro del dischetto, ma di sghimbescio. Così mentre l’Abatino iniziava la rincorsa per calciare, io invasi l’area e puntai sul pallone gridando nei confronti dell’arbitro. Feci una confusione tale che gli animi si surriscaldarono e il direttore di gara mi mostrò il cartellino rosso. Il capitano del Milan iniziò a protestare, i tifosi a inveire e ad augurarmi la morte». Alla fine il Golden Boy del calcio italiano mandò la sfera alle stelle e il Torino vinse la Coppa Italia. «Quell’interruzione fu fondamentale, una genialata».

(Agroppi mostra il libro con la storia del Torino)

Le lacrime dell’addio

«Lo confesso, ho pianto. Perché dopo 300 e passa partite non puoi lasciare quella maglia e quei tifosi senza una spiegazione, una telefonata, una medaglietta, una pacca sulla spalla. A 30 anni io, Fossati e Cereser, la vecchia guardia, siamo stati fatti fuori dalla sera alla mattina. Brutto da dire, ma ho odiato il presidente Pianelli e il tecnico Radice che mi ha fatto fuori proprio l’anno in cui il Torino ha vinto lo scudetto. Anni dopo mi è passata: la squadra andava svecchiata, ma meritavo un trattamento diverso. Benedico, nella seconda vita di allenatore, di non aver mai avuto l’opportunità di allenare i granata. A 80 anni sono ancora un idolo: la gente mi vuole bene e riconosce in me l’anima del Toro. Se fossi andato e non avesse funzionato, quell’idillio si sarebbe spezzato. Chiusi la carriera in provincia, a Perugia, e in Umbria è iniziata la mia carriera di allenatore. Tre anni di settore giovanile lanciando diversi ragazzi in prima squadra. Allenare i giovani è l’esperienza più bella, ma oggi lo farei a patto di dirigere una squadra di orfani. I genitori oggi sono una iattura».

Vita da allenatore

Con Italo Allodi, guru del calcio italiano anni ‘60-‘70, non c’è mai stata simpatia. «Lui direttore generale alla Juve, io bandiera granata. Gliele dicevo di tutti i colori. Me lo trovai di fronte come direttore del settore tecnico di Coverciano e presidente della commissione esaminatrice del corso allenatori. Mi siedo e lui fa la prima domanda: “Ci parli dell’apparato digerente”. Io replico: “Signor Allodi, io tutto bene grazie e lei? Vorrei fare l’allenatore non il medico di famiglia”. Andò su tutte le furie e minacciò di bocciarmi. Io mi alzai e salutai “Arrivederci e buona digestione”. Arrivai ultimo al corso vinto dal maestrino Arrigo Sacchi». Quindi il Pisa con Romeo Anconetani: «Passionale e carismatico. Gestiva la società in prima persona e aveva mille idee e con lui ho vinto il mio unico campionato di B. Se avesse avuto anche i milioni, il Pisa avrebbe vinto di più del Milan di Berlusconi». Quindi Firenze e l’aggressione di un gruppo di ultras per l’esclusione di Antognoni: «Con Giancarlo siamo amici: col sottoscritto giocò 23 partite su 30 e con lui non ci furono screzi o dissapori. Semmai, a inizio stagione, ebbi un violento scontro con Passarella che da persona intelligente capì e in quel campionato mi regalò 12 reti, l’imbattibilità tra le mura amiche e fu il primo ad accorrere in mia difesa quando veni assalito dai facinorosi. Sono comunque rimasto affezionato alla viola e in tv guardo solo le partite di Torino e Fiorentina».


Il bel mi calcio e l’oggi

«Il mio calcio era romantico. Quello di oggi mi fa schifo. Leggi le formazioni, anche quelle dei settori giovanili, e trovi nove stranieri e due italiani. Logico che la nazionale da otto anni non si qualifica ai mondiali. Si gioca male, non ci sono i campioni e tanto meno l’attaccamento alla maglia. Eravamo la patria dei difensori e oggi in azzurro convocano Acerbi a 36 anni. Oggi vedo un encefalogramma piatto con gli stadi alla mercé dei facinorosi. Per fermare il razzismo basterebbero leggi severe: quando individui i responsabili devi metterli in galera altro che Daspo. Sogno un calcio dove tutti vadano alla partita come a una festa, che si vinca o si perda, tenendo i bambini per mano». Infine le radici: ha viaggiato in tutta Europa, ma posti belli come Piombino non li ha mai trovati. «Piazza Bovio ce l’abbiamo solo noi: una terrazza protesa sul mare che spazia su gran parte dell’Arcipelago toscano e nelle giornate limpide arriva sino alla Corsica e Giannutri: per me è il Paradiso terrestre. Da lì guardo il mondo. Qui sono nato e qui morirò. Ho fatto la vita che volevo dichiarando guerra ai servi e ai leccaculo. E non ho rimpianti».

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