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Sandy Iannella, è livornese l'unica donna in Italia che allena i maschi: «Non chiamatemi mister»

di Tommaso Silvi
Sandy Iannella sulla panchina del Pontedera Primavera (Foto: Viareggio Cup)
Sandy Iannella sulla panchina del Pontedera Primavera (Foto: Viareggio Cup)

Classe 1987, una gran carriera da calciatrice con le maglie della Torres e della Nazionale: ora guida la Primavera del Pontedera

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«Dall’alta borghesia alle case popolari di Shangai, il quartiere di Livorno in cui sono fiera di essere nata. Io sono così, mi adatto a ogni situazione. I cambiamenti non mi spaventano». Tanto carattere. E idee chiare: «Le quote rosa? Io credo nella meritocrazia. Se una donna è capace è giusto che svolga qualsiasi lavoro, ma se non lo è il fatto che sia donna non conta niente». E lei, unica donna in Italia ad allenare una squadra di calcio maschile nei professionisti, in panchina sta dimostrando di saperci stare. Al di là di tutto. Sandy Iannella, classe 1987, un passato da fuoriclasse nel pallone femminile: quattro scudetti, cinque Supercoppa Italiana e due Coppa Italia tutto con la maglia della Torres, oltre a 40 presenze e 1 gol con la Nazionale. E un presente da coach della Primavera del Pontedera, impegnata nel campionato Primavera 4 ed eliminata dal Torneo di Viareggio dopo una vittoria e due sconfitte nella fase a gironi.

Coach, partiamo da qua. È vero che preferisce essere chiamata così invece che mister?

«Sì, perché mister non significa niente. Sarebbe molto più giusto coach, che tra l’altro non ha genere».

Quindi i suoi ragazzi la chiamano coach?

«No, in realtà mi chiamano tutti mister, ma non mi interessa. Mi danno tutti del lei e questa per me è la cosa più importante. Al primo posto c’è il rispetto».

Non le manca la personalità. Comunque, essere l’unica donna che allena i maschi in Italia un po’ la emoziona?

«Da una parte mi inorgoglisce, dall’altra mi fa rabbia che se ne parli come una notizia clamorosa perché vuol dire che siamo un Paese ancora molto indietro come mentalità, che vede nella donna allenatrice di calcio una cosa inusuale, che fa clamore».

Il Pontedera nell’estate scorsa le ha affidato la panchina della Primavera. Ci può raccontare il momento in cui è stata convocata negli uffici della società per comunicarle il nuovo incarico?

«In realtà è nato tutto quasi per caso. Dobbiamo fare un passo indietro».

E allora facciamolo. Racconti pure.

«Nel 2019 ho fatto l’ultimo anno di Serie A con il Sassuolo da calciatrice e avevo deciso di chiudere la carriera. Poi mi ha chiamata mister Renzo Ulivieri, quando allenava il Pontedera femminile, e mi ha convinta a rimettermi gli scarpini. In granata ho giocato tre campionati, uno di Serie B e due Serie C. La scorsa stagione ero infortunata quando mister Tarabusi rassegnò le dimissioni a tre giornate dalla fine del campionato. Eravamo in zona retrocessione e la società decise di dare a me la panchina per il finale di stagione».

E com’è andata?

«Siamo riuscite a salvarci. Un’emozione incredibile. Dopo quell’impresa la società mi ha comunicato la volontà di affidarmi la panchina della Primavera e ho accettato subito».

Com’è stato il suo percorso verso la panchina? Al corso per allenatori a Coverciano era l’unica donna?

«No, eravamo in due. In mezzo a quaranta uomini».

E il rapporto con i colleghi com’è? Come reagiscono quando vedono una donna sull’altra panchina?

«Sono tutti estremamente gentili e corretti, non ho notato atteggiamenti particolari nei miei confronti».

Quali sono i suoi principi tattici?

«Ho appena iniziato e quindi è presto per delineare un mio credo tattico vero e proprio. Diciamo che ho iniziato la stagione con il modulo 4-3-1-2, ma poi ho cambiato passando al 3-5-2. Mi piace portare molti giocatori nella metà campo e nell’area avversarie. Voglio una squadra propositiva e coraggiosa».

Il suo sogno? Dove vuole arrivare coach Iannella?

«Ad allenare in Inghilterra. Maschile o femminile non è importante, quello che conta è misurarmi con una realtà estera. La distanza non mi spaventa. Io sono di Shangai, mi adatto a ogni situazione».

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