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Hamrin, volo nel mito

di Francesca Bandinelli
Hamrin, volo nel mito

"Uccellino" scrisse la storia viola e scoprì Chiesa jr

05 febbraio 2024
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L’uccellino è volato via, per sempre. La notizia della scomparsa di Kurt Hamrin, l’ala svedese diventato, tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, l’incubo delle difese avversarie, ha squarciato una grigia domenica mattina italiana. Se n’è andato all’età di 89 anni, nella sua casa, a Firenze, dove aveva scelto di tornare a vivere dopo aver concluso la sua carriera all’AIK di Stoccolma, la squadra da dove aveva spiccato il violo verso l’Italia nel 1956 e il club della città dove era nato il 19 novembre del 1934. A portarlo in Italia fu Gianni Agnelli: lo acquistò per una cifra attorno ai 15mila dollari, dopo averlo visto in una gara giocata in Nazionale contro il Portogallo o, come sussurra la leggenda, perché a suggerirglielo fu un minatore italiano emigrato in Svezia che da questo calciatore era rimasto letteralmente stregato.

Hamrin a Firenze, dove ha segnato 151 gol (solo Batistuta lo ha superato, arrivando a 152) ha regalato le emozioni più grandi, conquistando due Coppa Italia (1960/61 e 1965/66), una Coppa delle Coppe da capocannoniere della manifestazione (6 gol, stagione 1960/61), una Coppa delle Alpi (1961), una Mitropa (1965/66) e due Coppa dell’amicizia italo-francese (1959 e 1960). Per vincere davvero, però, passò al Milan, nell’estate del 1967. Giusto il tempo di prendere le misure e si cucì subito lo scudetto sul petto (1967/68), aggiungendo poi al palmares la conquista della Coppa delle Coppe (1968, suoi i due gol in finale all’Amburgo) e la prestigiosissima Coppa dei Campioni l’anno dopo, quando segnò la seconda rete che permise ai rossoneri di vincere la semifinale d’andata contro il Manchester United campione in carica per 2-0. In Italia. Oltre alle maglie di Juventus, Padova, Fiorentina e Milan, ha vestito anche quella del Napoli, continuando a segnare talmente tanto da essere, ancora oggi, il nono marcatore di sempre in Serie A. Semplicemente una leggenda.

Ala destra tanto elegante quanto letale nelle sue conclusioni (ambidestro, nel palleggio e nel tiro), non solo si apriva gli spazi saltando l’avversario di turno, ma soprattutto trafiggeva sistematicamente i portieri avversari, macinando record e punti. Aveva fantasia e visione di gioco, in campo quasi volava: è nato così quel soprannome, "l’uccellino" che si è portato dietro per tutta la carriera. Era il simbolo del dribbling stretto, degli scatti improvvisi e rapidissimi, di quegli allunghi con cui era solito aprirsi lo spazio davanti. Cercava spesso il tunnel sull’avversario o anche il rimpallo a favore, così da sfruttare tutte le sue qualità tecniche. Lo faceva in Nazionale, con la Svezia, dove fu scovato dai bianconeri. Poi, i fastidi fisici gli appiccicarono addosso quell’etichetta di "caviglia di vetro" che lo portò nel Padova di Nereo Rocco. Una semplice soletta, invece, cambiò tutto, aspettative e destino.

Prima di sbarcare a Firenze, Kurt tornò in Svezia, a giocare il Mondiale a casa sua con la Svezia di Liedholm, Gren e Skoglund. Arrivò in finale, battuto solo dal Brasile di Pelé: giocò cinque partite e segnò 4 gol. In viola, abbracciò subito il compito di sostituire Julinho, che con la Fiorentina aveva vinto lo scudetto e, circondato dalla bellezza della città, cominciò a scrivere la storia, macinando un gol dietro l’altro. Diceva di ispirarsi a Stanley Matthews, storico attaccante vincitore del primo Pallone d’oro, inglese, soprannominato il "mago dei dribbling", e, a sua volta, era diventato il punto di riferimento di un numero 9, Pablito Rossi. La fatica, quella del lavoro vero, durata prima dal padre, imbianchino, l’aveva conosciuta anche lui, continuando a tirare calci ad un pallone: faceva l’operaio nella tipografia di un giornale svedese, il Dagens Nyheter, e anche dopo la sua carriera sul rettangolo verde ricominciò, stavolta esportando ceramiche in Svezia. Al pallone, quella sua passione diventata qualcosa di più, però, non ha mai rinunciato. Ha allenato Maurizio Sarri, al Figline, negli anni Settanta, poi, a pochi passi da casa sua, a Coverciano, alla Settignanese, la società la cui scuola calcio è dedicata a Ferruccio Valcareggi, il Ct campione d’Europa nel ’68, ha subito intravisto le potenzialità di un bimbetto che di nome faceva Federico e di cognome Chiesa, il figlio di Enrico. Sì, perché nonostante le tante vite vissute, anche a Milano e Napoli, anche i suoi figli - Susanna, Carlotta, Piero, Riccardo e Erika - puntarono su Firenze. Prima di loro, babbo Kurt e mamma Marianne, ne erano rimasti subito folgorati. «La ammirammo dalle colline - ricordava sempre Hamrin -: era meravigliosa, ce ne innamorammo subito». Un amore reciproco, mai offuscato da niente, nemmeno dallo scorrere del tempo, rafforzando un giorno dopo l’altro un sentimento destinato a restare eterno. Con Hamrin se ne va un pezzo di cuore di Firenze, quello di uccellino che con eleganza e determinazione ha conquistato non una generazione, ma molto, molto di più.

La camera ardente sarà allestita nella sala monumentale dello stadio Franchi (oggi, dalle 16 dalle 21) e domani (dalle 9 alle 21). Mercoledì, alle 11,30, alla chiesa di San Miniato al Monte, sarà celebrato il funerale. Sarà quello l’ultimo inchino di Firenze.

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