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Ulivieri e le “goleade” giovanili: «30-0 non è calcio, ma la soluzione non è smettere di segnare»

di Tommaso Silvi

	A destra Renzo Ulivieri
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A destra Renzo Ulivieri

Il presidente dell’Associazione allenatori: «C’è un modo per evitare risultati di proporzioni clamorose. Il trucco è “aumentare le difficoltà”, vi spiego cosa significa»

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«Non è pensabile di chiedere ai bambini di smettere di fare gol. Vorrebbe dire cancellare completamente l’essenza del calcio». Renzo Ulivieri inizia da qui. Il presidente dell’Associazione allenatori – 82 anni e una vita passata sulle panchine di Serie A e B – commenta il caso della partita del campionato Giovanissimi B in provincia di Empoli, terminata 30-0. Con le lacrime dei ragazzini – bimbi di 12-13 anni – distrutti dopo una sconfitta dalle dimensioni surreali. La seconda nel giro di pochi giorni nel calcio giovanile toscano, dopo il 18-0 del 30 settembre in una gara, ancora nella categoria Giovanissimi, tra due formazioni della provincia di Pisa. 

Il dibattito è aperto. E le posizioni di genitori e addetti ai lavori sono principalmente due: da una parte chi sostiene che le vittorie esagerate debbano essere evitate in qualsiasi modo da parte della squadra che si accorge di essere clamorosamente superiore rispetto agli avversari. Dall’altra, invece, chi crede che fermarsi – ovvero dire ai bimbi in campo di non calciare più verso la porta per non gonfiare ulteriormente il risultato – rappresenti un’umiliazione peggiore rispetto a un risultato a tre cifre. 

«Sono d’accordo con entrambe le scuole di pensiero – dice Ulivieri -, e infatti secondo me la strada da percorrere è un’altra. Perché una partita non può finire 18 o 30 a zero. Non è più calcio, non esiste». 

Il consiglio del capo degli allenatori italiani ai colleghi – spesso giovani e alla prima esperienza in panchina - che allenano i bambini è quello di «aumentare la difficoltà. Così da allenare la squadra e al tempo stesso allontanare la possibilità che l’avversario venga sommerso di gol». 

Ulivieri, poi, si sposta sul piano pratico. «Prendiamo come esempio una situazione in cui la mia squadra di bambini sta vincendo 7-8 a zero. Non ha senso continuare a segnare a un avversario che evidentemente non ha alcuna possibilità di difendersi. Allora, io allenatore chiedo ai miei calciatori di giocare toccando la palla solamente due volte, e quando qualcuno esegue il terzo tocco mette il pallone in fallo laterale, oppure lo consegna agli avversari, magari non in modo clamoroso».

Oppure «si può chiedere ai ragazzi – continua il mister – di eseguire almeno 15 passaggi tra loro prima di tirare in porta. O ancora di calciare verso la porta solo quando tutti i componenti della squadra hanno toccato la palla almeno una volta. In questa maniera si allenano le capacità tecniche e non solo dei giocatori, che imparano a giocare velocemente la palle e ad accelerare quindi la capacità di pensare la giocata in un brevissimo spazio di tempo». 

Uliveri, infine, tocca anche il tema del format dei campionati giovanili, che in molte occasioni prevedono la partecipazione, nel solito torneo, di squadre con giocatori di un anno più piccoli rispetto ai componenti delle altre formazioni. E nell’età dell’adolescenza anche un solo anno di differenza significa moltissimo. «Credo sia necessario, da parte della Federazione, riflettere su una possibile modifica della composizione dei campionati giovanili. Il calcio – conclude Ulivieri - è una cosa bella, ma quando una partita finisce 30-0 non ha più alcun significato». 

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