Il Tirreno

Sport

Il compleanno

Josè Altafini compie 85 anni: «Vivo con una piccola pensione, ma sono felice»

di Luca Tronchetti
Josè Altafini, nato a Piracicaba (Brasile) il 24 luglio del 1938
Josè Altafini, nato a Piracicaba (Brasile) il 24 luglio del 1938

Il grande attaccante oggi vive in un appartamento ad Alessandria: «Do una mano in un outlet e soprattutto mi occupo di campi in erba sintetica». In tv è stato celebre con il suo “golazo”

6 MINUTI DI LETTURA





“Incredibile amisci”, Josè (Giuseppe) Joao (Giovanni) Altafini oggi compie 85 anni. Ma non ditelo al campione eroe dei due mondi (Brasile, dove conquistò il mondiale nel 1958, e Italia, dove ha indossato sei volte la maglia azzurra segnando cinque reti) capace di vincere tutto con il Milan (due Coppe dei Campioni, due scudetti, un titolo di capocannoniere nel 1961-62 condito da 246 presenze e 161 gol, quarto bomber di sempre nella storia del club) e conquistare a 35 e 37 anni due titoli tricolore con la Vecchia Signora. Lui, il gaudente della pelota che toglieva il piede dal tackle e lo rimetteva sottoporta quando c’era bisogno dei suoi gol, non ama festeggiare le ricorrenze: «Sono allergico a compleanni, matrimoni e ovviamente funerali. Ho fatto uno strappo per i miei 80 anni, ma adesso che l’anagrafe me ne assegna cinque in più non farò nulla. A casa in assoluto relax con le persone care e una partita in tv. Per il coccodrillo c’è tempo».

Da diversi anni “Mazola” _ come venne ribattezzato per quel profilo che ricordava il grande capitano granata Valentino Mazzola _ vive in un appartamento ad Alessandria: «Una città a misura d’uomo, meno cara rispetto a Torino e grazie a un amico (Flavio Tonetto) do una mano in un outlet e soprattutto mi occupo di campi in erba sintetica. E pensare che da bambino tiravo calci scalzo a una palla di stracci tra le strade polverose di Piracicaba nel quartiere degli italiani nello stato di San Paolo». La domanda sorge spontanea: ma la pensione? «Non ho mai pensato al dopo, non ho mai badato ai soldi, mi sono divertito senza fare calcoli. Ho versato solo tre anni di contributi e mi hanno chiesto 70milioni di vecchie lire per il riscatto. Sono tornato un po’ alle origini: ho la pensione sociale (700 euro), ma stavolta le scarpe non mi mancano».

L’oriundo

Ultimo di cinque figli di una famiglia emigrata in Brasile nell’Ottocento – il padre Gioacchino, operaio nelle piantagioni di canna da zucchero, era originario di Giacciano con Baruchella nel Polesine (Rovigo), la mamma Maria Marchesoni di Caldomezzo nel Trentino – il piccolo Giuseppe coltivava la passione per la calcio e per il cibo: «Studiare non mi piaceva e mi sono adattato a fare il garzone da barbiere, scaricare camion di saggina, lucidare i mobili. Volevo sfondare nel pallone perché non mi andava di mangiare tutti i giorni “feijaos e arroz” (riso e fagioli). Se sono riuscito a coronare il mio sogno devo ringraziare il mio primo talent scout, Idilio Giannetti titolare di una compagnia di autobus. Nel 1955 mi prese il Club Atletico Piracicabano, la squadra della mia città che militava in serie B. Eravamo tutti dilettanti, ma lui mi propose un provino con il Palmeiras. Come primo ingaggio ebbi due vestiti e due camicie bianche e alla mia vecchia squadra andarono 75mila lire. Nel giro di un anno debuttai in A e mi si spalancarono le porte della nazionale verdeoro».

Milan, Napoli e Juventus

«Il Milan è stato il primo amore. Sette stagioni condite da tanti trionfi personali, come il titolo di capocannoniere della Coppa dei Campioni 1962-63 con 14 gol o il poker rifilato nel derby all’Inter il 27 marzo 1960, e la grande amarezza per il distacco causato da dissapori con il potente dg Gipo Viani. Napoli è stata la città della gioia e del divertimento. Arrivai a 26 anni assieme a campioni del calibro di Omar Sivori, il più grande con cui ho giocato in Italia, Zoff e Juliano. 180 partite e 71 gol non bastano per comprendere il mio approccio con la gente. Ogni domenica c’erano 85mila persone ad applaudirci allo stadio e diecimila ci seguivano in trasferta, c’era una pazzesca allegria contagiosa. Ben presto divenni il Re di Napoli: unico rammarico non aver vinto il titolo. La Juventus rappresenta per me la maturità, la consapevolezza, il sogno infranto contro l’Ajax di Cruijff di vincere la mia seconda coppa dei Campioni. 74 partite e 25 reti di panchinaro e un gol fondamentale per lo scudetto realizzato proprio al Napoli. Da quel momento per i partenopei sono diventato “core ingrato” e per questo, anche se i miei figli tifano per gli azzurri, non sono andato ai festeggiamenti per il terzo scudetto».

Rocco, Liedholm, Pesaola

«Tre fenomeni a modo loro. Vulcanico e psicologo il Paron, flemmatico e innovatore il Barone, scanzonato e scaramantico il Petisso. A Nereo organizzavamo periodicamente il solito scherzo. Mi rinchiudevo nel suo armadietto tutto nudo e quando lui si avvicinava per aprirlo saltavo fuori con un “bauuuuu” facendogli prendere una sincope per poi, riavutosi dallo spavento, reagire sacramentando e dicendomene di tutti i colori. La stessa scena decidemmo di ripeterla con Nils. Apre il mobiletto, inizio a urlare e lui mi fa: “José, guarda che questo non è tuo armadietto”. Con Pesaola non c’erano pressioni. Lo adoravo perché ti dava libertà di gestione. Amava giocare a carte e tirar tardi.

Pelé a Mbappè

«Mi fanno ridere i paragoni con Maradona e Messi. O Rei è stato unico e irraggiungibile. Pelé sapeva fare di tutto e a mille all’ora. Staccava da terra con i due piedi con un’efficacia incredibile. A 17 anni nel mondiale di Svezia gli ho visto fare cose che non ho più visto fare a nessuno. Lui era di un altro pianeta». Guardando ai campioni di oggi Altafini indica Kylian Mbappé: «Lui è uno dei più bravi: ha tutto per diventare una leggenda. Ma adesso i calciatori pensano più al business che alla passione. Quando nel 1958 ho vinto il mondiale con il Brasile la federazione ci regalò una televisione a colori, nel senso che il retro dello schermo era verde, una bici, un orologio e un terreno in cui era impossibile edificare. I campioni moderni indossano Rolex, viaggiano in Porsche, comprano yacht ed aerei privati».

Ancelotti e il Brasile

Il Brasile non vince il titolo da oltre vent’anni: pensa che l’arrivo in panchina di Ancelotti possa riportare la Selecao su tetto del mondo? «Non credo che un allenatore, pur bravo e vincente, riesca da solo a cambiare volto ai giocatori brasiliani. Vede, io arrivai in Italia senza un soldo, ma a 20 anni ero già nazionale e avevo vinto il mondiale in Svezia. Oggi i ragazzi prima emigrano in Europa e si riempiono la pancia con contratti milionari nei club inglesi e spagnoli tanto e quando indossano la casacca carioca non hanno più fame».

La tv e il calcio di oggi

Altafini, a fine carriera, ha saputo reinventarsi diventando un telecronista capace di coniare nuovi termini come il celebre “Golazo”: «Devo tutto a Luigi Colombo che s’inventò nel 1981 la prima telecronaca a due voci nella storia della tv italiana su Tmc. M’ispiravo a Beppe Viola, il giornalista più arguto e ironico che abbia mai incontrato, e parlavo come fanno i radiocronisti sudamericani. In quel modo bucavo lo schermo grazie al mio accento brasiliano, alla competenza e alla simpatia che mi portavo dietro da 20 anni di scherzi e battute nello spogliatoio. Da tempo non vado più allo stadio. Le partite in tv spesso sono di una noia mortale: il tiki taka con quei 4000 passaggi mi fa venire il latte alle ginocchia per non parlare della costruzione dal basso. E con quelle difese avrei segnato molto di più dei miei 300 gol».

© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Il ritratto

Morto in Autostrada a Lucca, chi era Michele Quartaroli: promessa del ciclismo fermato da un incidente con Mario Cipollini

di Pietro Barghigiani
Speciale Scuola 2030