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Ciclismo: il personaggio

I 60 anni del Diablo: il campione lombardo dalle solide radici toscane

di Luca Tronchetti
I 60 anni del Diablo: il campione lombardo dalle solide radici toscane

Claudio Chiappucci è stato il re dei gran premi della montagna a Giro e Tour. Ma il tallone d’Achille nelle crono lo ha costretto a essere un “eterno secondo”

27 febbraio 2023
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Forza, tenacia, coraggio, sofferenza. Le caratteristiche principali per chi corre in bicicletta senza aver il talento puro del campionissimo che si alza sui pedali in bello stile e che sa nascondere agli appassionati la fatica e il dolore. Lui - collo taurino, lineamenti da indio e naso schiacciato da pugile sudamericano – quando attaccava incassava la testa sulle spalle e senza alcun tatticismo, quando la strada iniziava a salire, partiva come un indemoniato seminando i rivali come birilli. E non ce n’era per nessuno in montagna. Nelle corse a tappe – la maglia verde al Giro d’Italia a quella a pois al Tour de France – per oltre un decennio hanno avuto un solo padrone: Claudio Chiappucci.

Domani El Diablo, come lo hanno ribattezzato per quel suo modo unico di interpretare la corsa e quella capacità di sorprendere trovandosi sempre nella fuga giusta, compie 60 anni. Ma i festeggiamenti sono già iniziati e dureranno una ventina di giorni: «Giovedì sera a Barge (Cuneo) erano oltre duecento ad attendermi per farmi festa assieme a mia figlia Samantha. E nella sede dello Juventus club, dopo aver visto la partita della mia squadra del cuore sul maxi schermo, mi è stata regalata una maglia bianconera con il numero 60 sulla schiena. Sabato mattina sono partito in aereo per una vacanza di cinque giorni a New York e al mio rientro festeggerò a Tradate con gli amici, i parenti e le persone che mi vogliono bene». È ancora un moto perpetuo il corridore italiano più amato dai francesi: Sciapucì corre ancora in bici, gioca a calcio, a tennis, a padel e pure a golf. E se non fosse diventato un asso del pedale, Chiappucci sarebbe stato un ottimo calciatore o un valido ingegnere: «Sino a 14 anni correvo dietro a un pallone nell’Uboldese. Dicevano che ero bravo, ma a me piaceva giocare all’attacco mentre gli allenatori mi provavano a centrocampo e in difesa. Così mi sono stancato e ho deciso di passare alla bicicletta. E anche a scuola non ero male: sono diventato perito elettronico senza mai ripetere l’anno e se non avessi sfondato nello sport mi sarei iscritto ad ingegneria».

Un lombardo dalle solide radici toscane, con la famiglia che dalla Lunigiana si sposta nella provincia di Varese e il ciclismo sempre in primo piano grazie a babbo Arduino che prima di morire fa in tempo a vedere il figlio passare tra i professionisti e mamma Renata che tira avanti la famiglia con la sua merceria: «La prima bici è stata una Bianchi basica, di quelle che oggi servono per andare a fare la spesa». La prima vittoria è come il primo amore: non si scorda più. «Il Trofeo Hotel Romagna a Tradate, chiamato così perché l’arrivo era sistemato accanto all’albergo. Nell’ultimo strappo prima del traguardo staccai tutti e arrivai da solo senza alzare le mani dal manubrio per paura di cadere».

Dal 1982 al 1985 Chiappucci corre e vince tra i dilettanti con la doppietta campionato regionale e campionato italiano: «L’ultimo anno con 11 successi risultai il miglior dilettante italiano. Andavo bene su tutti i percorsi tranne nelle cronometro che sono sempre state il mio tallone d’Achille». Doveva passare nel team di Dino Zandegù che gli aveva fatto una corte serrata: «Invece scelsi la Inoxpran Carrera jeans. Non ci fu un motivo preciso: forse per i campioni che aveva in squadra come Visentini, Roche e Bontempi, da cui avrei potuto solo imparare e crescere. Certo è che mi sono affezionato a quel team tanto da restarci per 11 anni».

L’inizio con i pro è drammatico: Chiappucci rischia di chiudere la carriera prima di iniziare: «Nel 1986 al Giro di Svizzera vengo investito da una macchina: frattura della clavicola e del piede sinistro. Perdo un anno e devo ricominciare daccapo». Si mette al servizio di Stephen Roche, contribuendo alla vittoria dell’irlandese al giro d’Italia, e al Tour del 1990, il brutto anatroccolo del ciclismo si trasforma in maestoso cigno con la fuga bidone nella seconda tappa in cui guadagna oltre 10 minuti di vantaggio sul gruppo: «Ma il mio capolavoro resta la tappa del 18 luglio 1992 in cui emulai il mito Coppi al Tour di 40 anni prima con una fuga solitaria di 200 chilometri sulle Alpi durata sei ore prima di tagliare per primo il traguardo al Sestrière». In carriera ha vinto un’ottantina di corse tra cui, nel 1991, una Milano-Sanremo, il giro dell’Appennino, due volte quello del Piemonte e quello del Trentino, la Tre Valli Varesine, la Coppa Placci e tante tappe in salita al Giro e al Tour. Eppure gli è rimasta appiccicata addosso l’etichetta di eterno secondo. Il posto d’onore al Tour del 1990 dietro a Greg Lemond, nel 1992 alla Grande Boucle sconfitto da Miguel Indurain per le solite maledette cronometro e stesso discorso al Giro d’Italia quando nel 1991 viene battuto da Franco Chioccioli e l’anno dopo si deve arrendere al solito campione navarro. «Il rimpianto maggiore? Sicuramente la medaglia d’argento ai mondiali del 1994. Ero il capitano, ma qualcosa nella squadra non funzionò. Troppi galli nel pollaio, troppe inutili rivalità che nemmeno un Ct come Alfredo Martini riuscì a contrastare. Sull’ultima salita il francese Leblanc scattò e nessuna maglia azzurra si mosse».

L’accostamento con Raymond Poulidor, il corridore meno vincente ma più amato dai francesi per il coraggio in corsa, viene naturale: «Trovo ancora tanta gente che ricorda le mie imprese. Alla fine di una carriera non conta il palmares, ma il calore e l’affetto che hai trasmesso alla gente».
 

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