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Max, l'ultimo italianista sembra il Trap

Fabrizio Bocca
Max, l'ultimo italianista sembra il Trap

BAR SPORT. Quello di Allegri potrebbe essere un caso di "trapattonizzazione" latente che sta diventando conclamata

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Quello di Allegri potrebbe essere un caso di "trapattonizzazione" latente che sta diventando conclamata. Fenomeno non certo negativo, anzi - gloria e amore eterno al Trap - ma intellettualmente sconvolgente.

Significa trascendere dal mestiere di allenatore vincente, temporaneamente all’asciutto e sotto botta, in figura simbolica, guru, capopartito o capopolo, portatore encomiabile non solo della didattica dei fondamentali presso le giovani generazioni - il suo pallino - ma dei massimi sistemi filosofici applicati al calcio. Quella di Allegri ha l’ambizione di diventare una controrivoluzione copernicana del pallone. Non il sole del gioco galileiano, ma al contrario la rudezza del risultato al centro dell’universo. Il conta vincere, come non importa, su cui si sono divise generazioni di pallonari, dai tempi appunto di Trapattoni e Sacchi e perfino prima. Il Trap allora si prendeva del dinosauro catenacciaro infiammando i "Processi del Lunedì" e l’Allegri di oggi finisce in una quartina di allenatori-guru declassati dal tempo e dalla moda: Capello, Simeone, Mourinho e appunto Allegri. Loro sono convinti che Coppe e scudetti li tengano sul trono in eterno, in nome del totem dei tre punti, e invece si ritrovano con una massa di invasati che aizzati da tanti Adani e Cassano, magari via Twich, pilotano il popolo social e picconano quel trono che è costato una vita di fatica. E anche parecchio pane secco durante la gavetta.

La "trapattonizzazione" all’interno della hall of fame juventina non è solo un fenomeno di concetto ma anche pratico e materiale. Ai fischi da pecoraro e le acque sante sparse in campo dal Trap, corrisponde il cappotto gettato rabbiosamente in terra da Max. E al "non dire gatto se non ce l’hai nel sacco" corrisponde la massima "i discorsi li porta via il vento, le biciclette i livornesi" (2015) che è il suo antico manifesto e in base al quale lui si azzuffa da anni, e ancor più oggi, con i critici da divano e gli infidi colleghi o ex calciatori che stanno sempre lì a stuzzicarlo su queste striminzite vittorie di "corto muso".

Successi in una tale penuria di gol che spostano il dibattito sul piano di "Febbre da Cavallo" e soprattutto non sono nemmeno sufficienti a tenere la Juve almeno un po’ più su di un quarto posticino, di cui non resterà traccia nel tempo per un club così importante. Si guadagna un sacco di soldi a fare l’allenatore della Juve ma ci si rode anche parecchio il fegato.

Allegri è ormai orgogliosamente l’Highlander dell’italianismo calcistico, l’ultimo italianista rimasto veramente convinto e fedele alle radici. Al grido "i campionati li vincono le migliori difese" - oggi la Juve non ha una difesa così male rispetto a Milan, Inter e Napoli ma è pur sempre quarta - Allegri è solo contro tutti quelli che ondeggiano dal Tiki Taka al Gegenpressing, da Guardiola a Klopp. Per non parlare di quelli che vorrebbero tu prendessi lezioni perfino da Rangnick o De Zerbi.

E lui, fumantino e facile da far abboccare all’amo, cade spesso in trappola: Nedved che si mette le mani capelli quando sostituisce Dybala (e meno male che non l’aveva cambiato prima del gol), lui che insiste e ci rifà col Guardiola e i lanci da 80 metri del portiere, i melliflui complimenti degli osservatori "che non portano punti", la preferenza per le critiche di "quando si gioca male e si vince", il "magari quando smetterò io" chissà quale calcio vi ritroverete. Il dopo per Max sta diventando troppo più complicato della partita stessa.

La realtà è che in Italia fare l’allenatore della Juve è un mestieraccio, solo le vittorie ti tengono al riparo da tanto furore. Ha detto fino all’ultimo, Allegri, che per lo scudetto non c’erano possibilità, ma che "la sconfitta con l’Inter ha fatto sfumare lo scudetto". Non frequenta i social ma sa benissimo quello che si dice su di lui. Oggi Allegri si sfinisce nel dare un senso alla Juve in campo, e un motivo a se stesso e al mondo che anche il suo calcio ha diritto a un po’ di rispetto. Merita una pacca sulle spalle e uno sportivo: resisti.

Per quanto riguarda i critici può consolarlo il fatto che Gianni Brera sarebbe andato volentieri a cena con lui piuttosto che con Sacchi o Guardiola.

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