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Gli 80 anni del mito Dino Zoff: «Le mie prime parate? Con nonna Adelaide che mi tirava le prugne»

A Napoli protetto da Sivori, i 20 anni con la Juve, Pertini e Wojtyla: la nostra intervista


28 febbraio 2022 Luca tronchetti


SuperDino, mito, monumento, leggenda del calcio nazionale e mondiale festeggia oggi i suoi 80 anni senza fanfare, rifuggendo con ferma ritrosia la mondanità. Al mattino ad attendere Zoff c’è la partita a carte e le chiacchiere con gli amici del circolo canottieri Aniene sul Lungotevere – lui lascia a casa il vecchio cellulare senza WhatsApp ed evita al suo rientro di leggere gli sms – la sera nel suo appartamento nel quartiere Fleming a Roma ci sono la moglie Annamaria, il figlio Marco e i nipoti: «Un compleanno in famiglia: una torta con le candeline, un buon vino, il calore degli affetti. Senza dimenticare che c’è ancora la pandemia e non è bene andare troppo in giro». Sobrio, essenziale, rispettoso di regole e principi dettati da origini contadine e friulane. Perché il vero campione si nota non tanto e non solo su quel rettangolo verde confinato tra due pali e inchiodato alla riga di gesso lunga sette metri e venti centimetri, ma dai comportamenti, dall’esempio, dalla correttezza nei rapporti, dall’affidabilità: «Nella mia vita ho avuto la fortuna di conoscere personalità di spicco del mondo della politica, della cultura, dello spettacolo. Ho ascoltato molto e parlato poco. Perché per me le parole hanno un valore importante e devono essere accompagnate dai fatti. Dietro alle vittorie ci sono il lavoro, la fatica e le buone maniere che mi ha insegnato babbo Mario, che conosceva bene il significato del sudore. Quando ero al Napoli dopo aver preso un gol balordo al mio tentativo di giustificarmi lui replicò con fermezza: “Non te l’aspettavi? Ma tu fai il portiere, mica il farmacista”. Una straordinaria lezione di vita che mi ha spinto a dare sempre il massimo per essere il migliore».

Portieri si nasce o si diventa?

«Lo dica a mia nonna Adelaide, la figura più importante della mia infanzia e la prima ad assecondare il mio istinto naturale per il ruolo. Per farmi divertire mi lanciava le prugne e io dovevo tuffarmi e prenderle al volo per non farle cadere».

Inizio a 14 anni con la Marianese, la squadra del suo paese.

«Il presidente-falegname Sartori mi aveva ribattezzato “il portierino” e non ancora sedicenne giocavo già nei dilettanti. Mi accompagnava a tutte le selezioni regionali dove fui notato dall’Inter e dalla Juventus. Però mi prese l’Udinese».

Il friulano Zoff e la Toscana.

«Da quando mi sono sposato l’estate la trascorro a Punta Ala in Maremma. E la mia parabola nel calcio inizia e si conclude a Firenze. Il debutto in A, a 19 anni, il 24 settembre 1961 in Fiorentina-Udinese che terminò 5-1. Ricordo il giorno dopo, in una sala cinematografica a Udine, la vergogna che provai durante l’intervallo del film nel vedere proiettati sul grande schermo i gol subiti in quella gara. L’ultima partita, il 29 maggio 2005 a 63 anni, a Firenze da tecnico dei viola: un 3-0 al Brescia per evitare la B. Il calcio era cambiato. Me ne accorsi dopo una partita contro la Sampdoria con due episodi molto dubbi che avevano favorito il vantaggio ligure. “Di fronte a certe situazioni mi vengono cattivi pensieri” risposi alla domanda di un cronista a fine gara». Profetico: un anno dopo scoppierà Calciopoli. Mantova e Napoli tappe di avvicinamento alla gloria. «Nella città di Virgilio ho conosciuto mia moglie e ho avuto la fortuna di incontrare compagni onesti e cristallini come Gigi Simoni. A Napoli ero coccolato dal comandante Lauro e protetto dal fenomeno Sivori. Con gli azzurri ho conquistato la nazionale vincendo l’Europeo del 1968. Poi Ferlaino mi cedette alla Juve».

Vent’anni di Torino, sponda bianconera: scudetti e coppe.

«Una città che rispecchia la mia indole: serietà, lavoro e poche chiacchiere. Ti pagavano puntuali e pretendevano i risultati. Lì ho vinto tanto. Non tutto. La finale di Coppa dei Campioni persa con l’Amburgo nel 1983 fa ancora male».

Boniperti e Agnelli.

«Il presidente nel 1976, al momento del rinnovo del contratto, mi fa entrare nel suo ufficio. Sopra la scrivania la foto del Perugia che l’anno prima ci aveva battuto. “Non mi chiederai mica i soldi dell’anno scorso o qualcosa in più?”. L’Avvocato aveva carisma, intelligenza e passione. Ricordo la battuta al portiere Tacconi che si lamentava perché me ero andato ad allenare la nazionale Olimpica. “A lei manca Zoff? Sapesse quanto manca alla Juve”.».

Scirea e Bearzot: un rapporto che va oltre l’amicizia.

«Gay è il fratello minore, il Vecio quello maggiore. Il nostro era un rapporto profondo che ci ha sempre unito. Scirea era una bella persona e il suo gioco dettato da classe e pulizia morale. In campo e fuori sempre a testa alta. Il ricordo più struggente? Nella nostra stanza d’albergo, dopo la finale con la Germania di 40 anni fa, ad assaporare quel momento magico uniti nel silenzio. Con Bearzot condividevo lo stesso dna: ti dava lezioni di umanità e rigore. Il suo pudore, la sua feroce onestà sono state fondamentali per la conquista del mondiale 1982. Sapeva assumersi sino in fondo le proprie responsabilità. Sarei felice di ricevere dal presidente Gravina il premio alla sua memoria».

La parata manifesto della sua carriera è quella contro il Brasile nei mondiali quando blocca sulla linea un colpo di testa di Eder.

«Allungai la mano e bloccai la palla sulla linea. Una parata perfetta, simbolo di quella vittoria. Ma forse la più bella risale al 1973 contro la Roma nell’ultima di campionato quando negai un gol a Spadoni aiutando la Juve a vincere il campionato sul Milan sconfitto a Verona. Il mio erede tra i pali? Donnarumma si è portato avanti con il lavoro, ma ne deve fare di strada. L’attaccante più forte? Riva e poi Pulici che quando vedeva bianconero faceva gol».

Il momento più esaltante e la delusione più cocente.

«Potrei dirle la mia immagine stampata sul francobollo celebrativo realizzato da Guttuso e invece mi riempie d’orgoglio l’invito del Comitato Olimpico al gran galà di Vienna nel novembre 1999 a rappresentare l’Italia, assieme ad Agostini, Tomba e la Compagnoni, per eleggere l’atleta del secolo. Eravamo in 90 e ho avuto il privilegio di conoscere fuoriclasse assoluti come Muhammad Alì, Mark Spitz, Tommie Smith, Carl Lewis. Il momento più duro? A 17 anni mi giocavo con altri due giovani portieri, Capasciutti e Bonollo, la convocazione per la nazionale Juniores che doveva andare agli Europei in Portogallo. La Federazione mi fece avviare le pratiche per il passaporto. L’illusione durò un attimo. Il Ct preferì gli altri. Mi crollò il mondo addosso. Con il tempo ho capito che nella vita bisogna sapere aspettare».

L’incontro con Papa Wojtyla e Sandro Pertini.

« Nel corridoio di casa c’è l’immagine in cui sono seduto accanto al Pontefice, oggi Santo, appassionato di calcio, che sorride e mi parla come a un amico: “Sa caro Zoff, sono stato portiere anch’io. É un ruolo di grande responsabilità”. E ce n’è un’altra in cui, sull’aereo presidenziale che ci riporta in Italia, gioco a scopone con Sandro Pertini contro Bearzot e Causio. Perdiamo e lui è furibondo perché sostiene che ho sbagliato. Un mese dopo mi arriva a casa un telegramma di scuse di Pertini che custodisco come una reliquia: “Mai dimenticherò la tua bravura nel Mundial e la tua bonomia quando ti ho fatto perdere a carte”. È stato il presidente degli italiani di buona volontà. Per celebrare il trionfo spagnolo ci volle tutti a pranzo al Quirinale. “Alla mia sinistra Bearzot, alla mia destra Zoff e accanto tutti gli altri. I ministri? Se trovano posto bene, altrimenti vadano al ristorante”. Gheddafi invece mi ha voluto ospite assieme a Facchetti nella sua tenda che sembrava una suite. Ma la persona che ricordo con nostalgia è Nini Rosso, l’artista della tromba. Conservo a casa uno dei suoi gioielli d’ottone».

E Berlusconi?

«Una vicenda dolorosa dopo che la mia Italia era arrivata a 20 secondi dal titolo Europeo. Nel 2000 era un politico importante e definendomi indegno di guidare la Nazionale mi denigrò e offese la mia professionalità. Presi l’unica decisione possibile: mi dimisi. Il mio fu un atto rivoluzionario contro il sistema. Oggi guardo le partite in tv e sa cosa non mi piace? Il Var. Andrebbe rivisto perché viene utilizzato spesso a sproposito. Dovrebbe chiarire le idee agli arbitri solo per le azioni determinanti come i rigori, gli offside e punire i simulatori. Invece crea confusione e toglie divertimento».

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