Il Tirreno

Sport

Innocenti: «La musica è cambiata, voglio una federazione seria, al servizio dei club»

ALESSANDRO CECIONI
Innocenti: «La musica è cambiata, voglio una federazione seria, al servizio dei club»

Il nuovo presidente della Fir, livornese doc, annuncia grandi cambiamenti per sviluppare il rugby partendo dalla base 

4 MINUTI DI LETTURA





Marzio Innocenti, 62 anni, nuovo presidente del rugby italiano, è un livornese doc, liceo al Niccolini Guerrazzi, esordio nel Livorno nel 1975, a 17 anni, poi a Padova per giocare nel Petrarca (quattro scudetti) e laurearsi in Medicina. In Veneto è restato una volta smesso di giocare. E lì ha maturato un sogno: diventare presidente della Fir. Ora che l’ha raggiunto svela che sono quattro anni che gira per l’Italia, che i presidenti delle squadre che lo hanno votato li conosce uno per uno e loro conoscono lui.

«Io sono la base». Presidente della Federazione italiana rugby con il 56% dei voti ci è diventato così. Perché lo conoscono, e per le sue idee. Che se non sono ancora una rivoluzione sono comunque un bel cambio di prospettiva, a metà fra lo sguardo al passato dei valori e quello al futuro del «professionismo vero». Con alcune cose già chiare, come le Zebre che sembrano pronte a decollare da Parma verso Padova, e la Federazione che diventa il partner delle società, più fornitrice di servizi, che bancomat. «Il problema è che i valori che ci rendono diversi dagli altri sport abbiamo smesso di professarli, di applicarli. A livello di allenatori, giocatori, dirigenti. E questo ci sta inaridendo».

Professionismo. «Dobbiamo creare un torneo nel quale non si entra per meriti sportivi, formato sul modello dell’Nba. Una superlega che rilanci l’interesse per il rugby fra il pubblico, sui media, tra gli sponsor. Una lega autonoma che decide in autonomia chi può entrare e chi no. Niente retrocessione. E penso anche a una squadra professionistica femminile, sono in contatto con un organismo che sta pensando a un torneo europeo».

Franchigie. «Spendiamo troppo per le franchigie (Zebre e Benetton, ndr) abbiamo bisogno di soldi da spostare sui territori, una ristrutturazione dovrà essere fatta. La Benetton è ben strutturata, ha risorse per sostenersi. Dobbiamo rendere le Zebre autosufficienti, sane sotto il profilo dei conti. Se nel territorio di Parma ci sono imprenditori, risorse, ben vengano, altrimenti il titolo sportivo può anche essere spostato altrove. C’è un imprenditore padovano, Alessandro Balzato, che ha fatto una proposta scritta alla Federazione, è pronto a rilevare il titolo. Una risposta va data, noi facciamo rugby, non impresa».

Federazione. «La musica è cambiata, la mia federazione diventa seria, trasparente. Al servizio dei club, per dare supporto allo sviluppo del rugby. Ma non destineremo soldi a pioggia, le risorse che avremo non saranno per tappare buchi, ma per progetti strutturali. Prendiamo gli impianti. La Fir non costruisce impianti, ma può essere il valido supporto nella ricerca di finanziamenti, sia statali che europei, possiamo fare da garanti. Così come potremmo impegnare i soldi per buoni formatori, in Italia e all’estero, da mandare a lavorare nelle società, pagati da noi, per far crescere lì i migliori. Che poi andranno nelle accademie solo quando hanno l’età degli ultimi due anni di superiori. Prima non serve».

Tornare a giocare. «Fra le priorità che ho c’è quella di far tornare a giocare il prima possibile i ragazzi dell’Under 16 e Under 18. Con le dovute accortezze, certo, seguendo le indicazioni dei comitati scientifici, tamponati e controllati, ma devono giocare come fanno in altre federazioni, per le squadre maggiori è più difficile, ma per loro no».

Campionati. «La superlega professionistica non deve far scomparire le società che ne fanno parte dal panorama dilettantistico che è quello che arriverà fino alla serie A. Perché ci dovranno sempre essere prime squadre che facciano da sbocco ai settori giovanili. E anche qui, se i numeri delle tesserate lo permetteranno, vorrei ad arrivare almeno a due serie anche nel settore femminile».

Sei Nazioni. «Non è un contratto (quello del fondo Cvc, ndr) che ci tiene dentro, dobbiamo meritare di restare come abbiamo meritato di entrarci. Il 48-7 subito sabato lo sento come un peso. Odio perdere, voglio lavorare perché questo non si ripeta. E sulla nazionale vorrei che fosse chiara una cosa. Devono giocare i migliori, se i migliori sono quelli delle franchigie giocano loro, ma non deve essere escluso un giocatore solo perché non è di Zebre o Benetton». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
La testimonianza

Morto sul lavoro a Rosignano, il dolore della moglie: «Voglio abbracciarlo un’ultima volta. Il futuro? Io e la bimba restiamo qui»

di Ilenia Reali
Speciale Scuola 2030