Il Sudd Cobas: «Bene l’azione della Procura, ma ora non facciamo pagare ai lavoratori sfruttati le conseguenze»
Il sindacato interviene dopo il commissariamento di Patrizia Pepe e Dixie: «Gli operai vanno regolarizzati»
PRATO. Bene il commissariamento di Patrizia Pepe e Dixie, ma ora non facciamo pagare ai lavoratori sfruttati le conseguenze di questa scelta. E’ la posizione del sindacato Sudd Cobas, dalla cui vertenza alla stireria L’Alba di Montemurlo è partita l’inchiesta che ha portato oggi, 6 novembre, all’amministrazione giudiziaria delle due società.
«Lo diciamo da anni: dietro le centinaia di storie di sfruttamento che si consumano in capannoni anonimi del distretto di Prato si trovano i nomi di grandi brand della moda – si legge in una nota del Sudd Cobas – E' una realtà che è stata nascosta per anni e che finalmente sta venendo a galla. Anche in questo caso il grande merito va alla lotta portata avanti dai lavoratori della stireria L’Alba, che è stata capace di risalire la filiera arrivando fino ai brand. Una lotta straordinaria fatta di sei mesi di presidio permanente davanti ai cancelli della fabbriche, e sei mesi di proteste radicali fino a dentro le vetrine delle boutique, anche quelle di Patrizia Pepe e Dixie. Perché sapevamo che c'era bisogno di lotte radicali per avere un cambiamento radicale».
«Una mobilitazione che abbiamo portato avanti con un obiettivo chiaro – aggiunge il Sudd Cobas – E’ ora che i brand si assumano veramente la responsabilità di ciò che accade nelle proprie filiere. Ed è l'ora che si smetta di concentrarsi sulla nazionalità dei caporali per concentrarsi sui nomi e cognomi dei brand committenti. L'amministrazione giudiziaria disposta nei confronti di Patrizia Pepe e Dixie riconosce questo principio, sacrosanto ed irrinunciabile se si vuole curare il cancro dello schiavismo nell'industria della moda. Sono le prime volte per la Toscana».
«E' un risultato importantissimo, che si aggiunge a quelli già raggiunti all'esito dello sciopero. La lotta aveva già permesso di chiudere la vertenza con un accordo storico, che ha previsto il ricollocamento dei lavoratori e delle commesse presso un nuovo appaltatore che garantisse il rispetto dei diritti dei lavoratori e del contratto nazionale di lavoro. Nei fatti, la prima applicazione di una “clausola sociale” nelle filiere della moda. Ai lavoratori, inoltre, è stato riconosciuto un permesso di soggiorno per sfruttamento. Sono tutti precedenti preziosi che devono diventare un modello da riprodurre».
«Seguiremo con attenzione il lavoro degli amministratori giudiziari e siamo pronti a lavorare in sinergia sull'obiettivo di ripristinare il rispetto dei diritti e della dignità umana lungo tutte le filiere. Dopo le amministrazioni giudiziarie disposte dalla Procura di Milano, si apre anche sul nostro territorio una sfida importantissima che riguarda come viene utilizzato questo stesso strumento».
«Da anni diciamo che lo sfruttamento nelle filiere della moda non può essere superato mossi dall'idea di “tagliare i rami malati” (ovvero limitarsi a recedere i rapporti con le aziende che sfruttano). Perché i lavoratori sono le foglie. I lavoratori non sono la malattia, ma al contrario possono essere la cura. I lavoratori sfruttati non meritano di trovarsi senza lavoro, ma al contrario di essere regolarizzati. La sfida è quella di riprodurre il modello inaugurato proprio con l'accordo rivoluzionario raggiunto al Tavolo di Filiera che si è costituito presso la Provincia di Prato per la vertenza L'Alba. E che si può riassumere così: quando un caso di sfruttamento viene a galla i brand non possono cavarsela spostando le commesse altrove».
«E' sul dovere di garantire un futuro di lavoro degno ai lavoratori che sono stati sfruttato lungo la filiera che è possibile fondare una rivoluzione di un sistema malato. Ci auguriamo che l'amministrazione giudiziaria vorrà condividere con noi questa visione e lavorare in sinergia con le organizzazioni sindacali, riconoscendo ai lavoratori ed ai loro rappresentanti un ruolo irrinunciabile per un cambiamento vero».
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