Prato, violenza sessuale dopo la terapia: aumentano le denunce, accuse da 12 donne
Indagini chiuse sullo studio dove l’uomo senza alcun titolo faceva trattamenti medici: indagata anche la moglie titolare dell’ambulatorio
PRATO. Era l’inizio di dicembre del 2025 quando la procura della Repubblica di Prato comunicò la notizia degli arresti domiciliari per un uomo di 53 anni, accusato di aver indotto cinque donne a subire atti sessuali mentre stava - abusivamente - esercitando un’attività medica nello studio gestito dalla moglie. Lo fece lanciando un appello a farsi avanti a chiunque avesse subito «abusi sessuali o comportamenti prevaricatori». Un appello che fu raccolto (e che oggi viene rinnovato): subito dopo altre donne trovarono il coraggio di denunciare e oggi, al momento dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, risultano almeno dodici le pazienti che sarebbero rimaste vittima delle “cure” un po’ troppo morbose dell’uomo, una ex guardia giurata ultracinquantenne.
Ma andiamo con ordine. A far scattare lo scorso anno le indagini della squadra mobile della polizia era stata la denuncia di una delle pazienti che si era lamentata per il trattamento ricevuto, cui se ne aggiunsero altre due che dicevano di aver subito le stesse attenzioni particolari non richieste nell’ambulatorio di via del Castagno gestito dalla moglie dell’uomo finito ai domiciliari. Nello studio sarebbero state eseguite pratiche di idrocolonterapia, un metodo usato per ripulire il colon nei pazienti con problemi gastrointestinali ma che comporta il rischio di perforazione dello stesso colon.
Anche la moglie dell’ex guardia giurata era stata indagata per esercizio abusivo della professione medica, non perché non fosse un dottore (laureatasi nel 1991 aveva lavorato a lungo anche negli ospedali di Prato e Pistoia prima di passare al privato), ma per aver consentito al marito, privo di qualsiasi titolo, di svolgere pratiche mediche nell’ambulatorio. Ma, secondo le indagini e le testimonianze raccolte, l’uomo sarebbe andato oltre praticando massaggi, dopo l’idrocolonterapia, soffermandosi in particolare sulla zona inguinale.
«Il 4 dicembre 2025 – si legge nella nota diffusa ieri dal procuratore della Repubblica Luca Tescaroli – si era data notizia dell’applicazione, da parte del Gip di Prato, della misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti di un soggetto non qualificato professionalmente, accusato di aver indotto cinque soggetti di sesso femminile a subire atti sessuali mentre era impegnato in attività medica abusivamente esercitata, consistente nelle pratiche della idrocolonterapia in uno studio medico gestito dalla moglie. L’approfondimento investigativo compiuto nei 7 mesi seguenti ha consentito di acquisire ulteriori significativi indizi idonei a corroborare l’ipotesi d’accusa condivisa dal Gip con il provvedimento cautelare (attualmente il destinatario è sottoposto alle misure dell’obbligo di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria)». Così, dopo l’interrogatorio, «il quadro investigativo ha indotto quest’ufficio a predisporre l’avvio di conclusione delle indagini preliminari contestando loro l’esercizio abusivo dell’attività medica nello studio di via del Castagno. Il soggetto maschile risulterebbe aver consumato condotte di violenza sessuale in pregiudizio di almeno 12 pazienti, di sesso femminile, di età compresa fra i 30 e i 59 anni, che hanno assunto un atteggiamento di collaborazione trovando il coraggio di denunciare gli abusi subiti».
«La pratica invasiva del breath test e dell’idrocolonterapia – continua la nota della Procura – è stata pubblicizzata dalla titolare dello studio sui social network», ma, viene evidenziato, le terapie praticate sono state ritenute dai due consulenti tecnici nominati dalla procura «una procedura diagnostica di stretta pertinenza sanitaria, la cui titolarità è attribuibile alla figura medica, per quanto concerne la fase prescrittiva e interpretativa, e al personale sanitario qualificato (infermiere o tecnico di laboratorio) per ciò che attiene alla mera fase esecutiva». Dunque l’uomo non avrebbe potuto praticare quelle procedure. Di conseguenza «l’ufficio procede per i reati di esercizio abusivo della professione medica e di violenza sessuale aggravata nei confronti del soggetto maschile indagato e per il delitto di esercizio abusivo della professione nei confronti della titolare dello studio, per aver determinato e diretto l’attività di chi ha concorso nell'attività abusiva, al quale ha indirizzato le pazienti».
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