Lavoro
Sfruttamento, l’atto di accusa della Diocesi di Prato: «E’ colpa anche della rendita parassitaria»
La Pastorale sociale e del lavoro invita a superare «la retorica del distretto parallelo» e ad ammettere che sono tanti gli italiani che lucrano indirettamente sulle condizioni di lavoro nelle confezioni cinesi
PRATO. Cessare la retorica del distretto parallelo cinese, visto come corpo estraneo alla realtà industriale di Prato, ammettere l’esistenza di una «patologia endemica» e contrastare le profonde interconnessioni economiche che legano la città al sistema produttivo cinese. È un richiamo forte e urgente quello che la Chiesa pratese rivolge a tutta la comunità, dalle parrocchie alla società civile, passando per i sindacati, le associazioni di categoria e naturalmente le istituzioni cittadine. In un documento – intitolato significativamente «Oltre il Distretto Parallelo» – l’Ufficio diocesano di Pastorale sociale e del lavoro invoca a chiare lettere «la fine dell’innocenza e l’urgenza della verità» sull’esistenza di un lavoro cattivo e di un sistema 12x7 (turni di lavoro di 12 ore giornaliere per 7 giorni alla settimana) che coinvolge lavoratori cinesi, pachistani e di altre nazionalità duramente sfruttati.
«La Chiesa non è una agenzia sindacale, né un partito politico – dice il vescovo Giovanni Nerbini – ma la sua missione profetica la obbliga a non tacere di fronte all’ingiustizia».
Il documento, presentato in Palazzo vescovile da monsignor Nerbini insieme a Giuseppe Rossi ed Enrico Mongatti, rispettivamente direttore e membro dell’equipe di Pastorale sociale e del lavoro, contiene delle proposte concrete, sulla scorta delle parole pronunciate da papa Francesco durante la sua storica visita a Prato nel 2015, quando esortò la città a combattere «il cancro della corruzione, il cancro dello sfruttamento umano e lavorativo e il veleno dell’illegalità. Dentro di noi e insieme agli altri, non stanchiamoci mai di lottare per la verità e la giustizia». I fatti avvenuti nell’ottobre 2024 a Seano, con l’aggressione ai danni di lavoratori organizzati dal sindacato Sudd Cobas in sciopero per i propri diritti, sono stati all’origine del percorso di riflessione e condivisione promosso dalla Chiesa pratese su quale risposta mettere in campo per creare in città una nuova cultura del lavoro.
«Uno degli ostacoli principali alla risoluzione dei problemi di Prato è culturale – afferma Enrico Mongatti – Non si può dire genericamente è “colpa dei cinesi”, ignorando che il sistema opera su suolo pratese, in immobili pratesi e con servizi pratesi, né si può dire è “colpa di Roma”, invocando l’intervento del Governo centrale per avere più forze dell’ordine e riducendo una questione socio-economica solo a un problema di polizia».
Nel proprio documento la Pastorale sociale denuncia l’esistenza di una «osmosi finanziaria ed economica continua che rende la città corresponsabile». Ad esempio nel mercato immobiliare, con «rendite parassitarie» basate su affitti a prezzi alti che monetizzano il lavoro non degno.
Si evidenzia inoltre il ruolo dei «professionisti cerniera», emerso dalle inchieste della Procura, secondo le quali esistono professionisti, spesso italiani, che forniscono know-how tecnico per aggirare il fisco, creare società apri e chiudi e schermare patrimoni.
Il rogo della Teresa Moda, avvenuto nel 2013 e che portò alla morte di sette operai cinesi intrappolati in una fabbrica dormitorio, è «una ferita mai rimarginata». La reazione istituzionale fu forte – nacque il piano Lavoro sicuro – ma insufficiente a modificare il dna del sistema produttivo.
In considerazione di ciò, la Chiesa di Prato pone una domanda alla città intera: è giusto tutto questo? Siamo disposti a denunciare che questo modo di procedere impoverisce la città e non dà prospettive ai giovani? Siamo disposti a rinunciare alla ricchezza che deriva, direttamente o indirettamente, da questo sistema iniquo? In primis si invitano le comunità parrocchiali e le associazioni cattoliche a un serio esame di coscienza su come è generato il benessere economico della città.
La sfida che attende Prato, secondo l’analisi della Diocesi, è quella di trovare canali di comunicazione con il mondo cinese, che «non può essere gestito quasi esclusivamente attraverso le forze di polizia o gli ispettori del lavoro. Manca un dialogo politico, culturale e istituzionale». E allora è fondamentale individuare e sostenere le forze sane all’interno della comunità cinese. Vale il motto: gettare ponti, isolando i violenti e gli sfruttatori, stringendo alleanze con la parte buona. In questo senso occorre riprendere l’invito di papa Francesco ai pratesi: «stabilite patti di prossimità», fate cose nuove che aiutino la convivenza.
Le proposte. La prima è quella di sottoscrivere un Patto etico per il lavoro degno e lo sviluppo a Prato. Un manifesto frutto di un percorso, compiuto secondo lo stile sinodale dell’ascolto e del confronto, che parta da una lettura della condizione socioeconomica del territorio e «dal nostro patrimonio più grande, la parola di Dio e la dottrina sociale della Chiesa – sottolinea Giuseppe Rossi –, con l’obiettivo di rafforzare una coscienza individuale e collettiva».
Da questo Patto, condiviso con tutti i soggetti del mondo sociale e del lavoro che vorranno partecipare, potranno nascere attività di formazione alla legalità e alla cittadinanza.
La Diocesi annuncia la disponibilità ad aprire oratori e parrocchie per attivare percorsi per giovani di origine italiana, cinese e di altre nazionalità per creare quella integrazione tra scuola e doposcuola che ancora manca nella società degli adulti e di organizzare corsi di formazione di lingua per immigrati per promuovere un efficace inserimento sociale e lavorativo.
Si propone di aprire sportelli di ascolto sui bisogni di coloro che vivono situazioni di ingiustizia (sfruttamento lavorativo, difficoltà abitative, economiche, di fruibilità dei servizi) per presentarle ai soggetti partecipanti al Patto etico. La Diocesi inoltre vorrebbe aprire il Premio Santo Stefano (lo Stefanino d’oro) alle aziende cinesi virtuose e celebrare messe nelle aziende a conduzione straniera. Infine, si intende pubblicare il documento «Oltre il Distretto Parallelo» in lingua cinese, araba e urdu.
La volontà della Chiesa di Prato è di puntare sulla concretezza, a partire dai contenuti del Patto etico. «Da un confronto costante potrebbero nascere forme di regolazione delle attività produttive e sociali e far riprendere un ruolo sociale all’imprenditoria e ai lavoratori», conclude Giuseppe Rossi.
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