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In teoria la fabbrica è chiusa ma all'interno il lavoro continua

Si complica il caso della confezione Kingo dopo la sopensione dell’attività. Da cinesi e pachistani versioni inconciliabili. Il Si Cobas: «È la solita storia...»


28 aprile 2022 di Paolo Nencioni


PRATO. In teoria la confezione Kingo è ferma, in pratica ci lavorano. Lo hanno scoperto ieri mattina, 27 aprile, gli operai pachistani licenziati a Pasquetta e i sindacalisti del Si Cobas andati a verificare, 24 ore dopo l’intervento dell’Ispettorato del lavoro che aveva trovato al lavoro sei operai cinesi senza contratto e aveva ordinato la sospensione dell’attività nell’azienda di via Carcerina, al confine tra i comuni di Campi Bisenzio e Poggio a Caiano. Sì, perché spesso tra teoria e pratica passa tutta la differenza del mondo.

In realtà Zhang Rende, un giovane cinese che dice di essere stato delegato dal titolare Hu Qingong a gestire l’azienda in questi giorni, nega su tutto il fronte. Dice che nell’adiacente Politex qualcuno sta lavorando, ma dentro la Kingo è tutto fermo, però la porta non si apre. Si è aperta poco prima quando sono arrivati a sorpresa Luca Toscano e Sarah Caudiero del Si Cobas. Hanno fatto un video e scattato foto nelle quali si vedono operai al lavoro. Le due versioni, quella del sindacato e quella della proprietà cinese, sono inconciliabili anche su molti altri punti, praticamente su tutto.

«Questi prendono un sacco di soldi e non vogliono lavorare» dice Zhang, l’unico qui che ammette di saper parlare italiano. Un sacco quanto? «Anche 2.000 euro al mese in certi periodi, per otto ore oltre allo straordinario. Quello che ora protesta (e che è stato licenziato, ndr) lavora qui da tre anni e ha fatto venire i suoi paesani. Se stava così male forse non li chiamava». Zhang Rende si spinge oltre: «Il padrone lo paga regolarmente anche quando sta per due o tre mesi in Pakistan». Tutte affermazioni difficili da provare, e che comunque prescindono dal rispetto del contratto nazionale di lavoro. Resta il fatto che solo 24 ore prima l’Ispettorato ha trovato ben sei operai senza contratto. «Sono quelli arrivati per sostituire gli altri che sono stati licenziati – prova a spiegare Zhang – Probabilmente non si è fatto in tempo a metterli in regola». Eppure i controlli erano stati ampiamente annunciati, e anche ieri mattina era prevedibile che qualcuno andasse a controllare e scoprisse che l’attività non era stata interrotta, nonostante le dichiarazioni in pompa magna del giorno prima.

«È sempre la solita storia – commenta Luca Toscano – si annunciano risultati eclatanti e poi la sostanza non cambia perché a chi utilizza in modo massiccio il lavoro nero o fa lavorare gli operai sette giorni alla settimana, 12 ore al giorno, conviene pagare le multe, oppure cambiare ragione sociale». Accanto al sindacalista c’è la moglie di Zhang, incinta, quella che la scorsa settimana si gettò a terra durante il primo presidio dei sindacalisti dicendo di essere stata aggredita. Riprende tutto col cellulare mentre gli operai rispondono alle domande.

«Duemila euro al mese? Lo stipendio quando siamo in Pakistan? – sbotta uno di loro, Zaman Noor – Ma se ci tolgono i soldi anche quando ritardiamo di 10 minuti... Non è vero quello che dicono. Non è vero che avevamo diritto a un giorno libero alla settimana. Inoltre i cinesi vengono pagati più di noi pachistani». I suoi compagni mostrano il foglio delle presenze, una sfilza di V una dietro l’altra che corrispondono ai giorni di lavoro.

Della vicenda di via Carcerina, vista da Prato, colpisce la velocità con la quale si è mossa la politica (il sindaco di Campi, l’assessore regionale Nardini) e gli organi di controllo (Ispettorato, carabinieri) rispetto all’indifferenza che spesso ha circondato, almeno all’inizio, vertenze in tutto e per tutto simili che sono accadute al di là del confine provinciale, che dista cento metri.

Eppure, come si diceva, la sostanza non sembra tanto differente, perché poi nella confezione si continua a lavorare. Ieri pomeriggio sono arrivati i carabinieri e hanno portato via un’operaia cinese che sembra sia stata trovata senza documenti. I sindacalisti sono andati a protestare davanti alla stazione dei carabinieri. «Non tollereremo che sia espulsa – dice Luca Toscano – C’è una legge che le dà diritto a un permesso di soggiorno come lavoratrice sfruttata».

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