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Il personaggio

Giovanni, da imprenditore a bidello a Santa Croce: «La mia storia in un libro. La pandemia mi ha stravolto la vita»

di Marco Sabia

	Giovanni, da imprenditore a bidello
Giovanni, da imprenditore a bidello

Ha lasciato il settore del turismo durante il lockdown: «Quando ho iniziato il mio nuovo lavoro ho visto bambini di tutte le provenienze, praticamente io che ho sempre venduto viaggi ne stavo iniziando uno che mi avrebbe permesso di conoscere tutto il mondo»

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SANTA CROCE. Il titolo del suo libro sarebbe potuto essere “Il Giro del mondo in… 80 passi”. Giovanni Taddei, 62enne nativo di Santa Croce sull’Arno, vive a Empoli e potrebbe rientrare a pieno titolo tra coloro che – nella vita – fanno una scelta non scontata optando per affrontare una sfida invece che affidarsi ad una certezza. Giovanni, infatti, fino allo scoppio della pandemia, era socio di un’agenzia di viaggi che aveva (e poi ha recuperato) un importante volume d’affari, almeno finché il lockdown non ha stoppato per quasi due anni gli spostamenti.

A quel punto Taddei – che già da ragazzo aveva presentato la domanda per fare il collaboratore scolastico – si è sentito dire dalla figlia che gli aveva appena ripresentato la stessa domanda: così Taddei è passato da essere un manager di un’agenzia di viaggi a fare il bidello in una scuola ad alta complessità all’interno dell’istituto comprensivo di Santa Croce sull’Arno. Piccolo particolare: in questa scuola – in circa 80 passi – ci sono bambini appartenenti a 50 etnie di 26 Paesi diversi, dato che siamo al centro di un distretto economico che dà lavoro a tantissime persone, molte delle quali giungono dall’estero. Taddei – dapprima quasi impaurito da un cambiamento del genere – si è talmente appassionato al suo nuovo ruolo da scriverci anche un libro, dal titolo “Il bidello – storie e storiacce della scuola d’oggi”.

Un volume in parte autobiografico che offre uno sguardo inedito sulla scuola ad alta complessità del Comprensorio del Cuoio, oltre a narrare la vicenda umana di un anziano bidello, solitario antieroe e peccatore.

Ma chi è Giovanni Taddei? La sua storia è particolare: «Fino al 2019 ero socio di un’agenzia di viaggi, che andava (e va ancora) benissimo: il Covid ci ha bloccati e nel frattempo mia figlia ha presentato per me la domanda per fare il bidello; una domanda che si è andata a ricongiungere a un’altra che presentai dopo essermi diplomato in ragioneria. Praticamente ero rimasto in una graduatoria speciale e sono andato a lavorare a scuola a Santa Croce sull’Arno, con un incarico annuale».

E il primo giorno di scuola è stato decisamente da ricordare: «Sono entrato e ho visto bambini di tutte le provenienze, praticamente io che ho sempre venduto viaggi ne stavo iniziando uno che mi avrebbe permesso – in pochi passi – di conoscere tutto il mondo; il viaggio più importante della mia vita lo stavo affrontando a due passi da casa». Taddei è stato poi riconfermato dalla dirigenza scolastica e quindi ha abbandonato il percorso come agente di viaggio: «Lavorare in scuole del genere – continua Taddei – è un po’ come essere in missione per conto di Dio, prendendo in prestito una celebre battuta da The Blues Brothers. Ogni giorno è una sfida: si arriva alla fine dell’anno stanchi ma pieni di soddisfazione».

Il bidello già in passato aveva scritto ma stavolta la voglia era talmente tanta che la penna “prendeva fuoco”: «Stare a scuola – continua Taddei – è come vedere il mondo che scorre davanti: i bambini riescono a fare integrazione vera, quando giocano tutti insieme non si fanno guidare dai preconcetti che tanti adulti hanno. Non ci sono distinzioni razziali, questi bambini rappresentano quel futuro che è già avanti rispetto alle barriere che la politica attuale sta mettendo. Dovremmo imparare da loro».

Il protagonista del libro è il vecchio bidello Bianchi che ha un unico amico, il vecchio cane Dicche, a cui confida i suoi patemi e con cui ascolta blues, sua grande passione, coltivata sin dalla giovinezza. I nemici contro cui il Bianchi combatte ogni giorno, una battaglia senza quartiere nella scuola, sono quelli che lui definisce i pestiferi figliolotti, le maestre vipere e rospe, quel brodo del collega Gianni. L’epilogo della storia segna la redenzione del Bianchi, in modo tanto tragicomico quanto ricco di colpi di scena ed il tutto a ritmo di blues. Il testo, oltre a narrare la vicenda umana del Bianchi, solitario antieroe e peccatore, vuole offrire uno spaccato della scuola italiana contemporanea all’interno del comprensorio del cuoio, uno tra i più importanti distretti industriali della nazione. «Lavorare in un contesto del genere – conclude Taddei – è una grandissima scuola di vita: ti devi confrontare con culture, sensibilità e tradizioni differenti e se ci riesci ti si aprono tantissime porte nella vita di ogni giorno. E alla fine sei ripagato di ogni fatica». Un libro che – visto che sta già diventando un piccolo caso letterario – in un futuro potrebbe pure avere una trasposizione cinematografica, come accaduto col famosissimo “Io speriamo che me la cavo”, prima libro e poi film: vicende di vita che mischiano difficoltà a umanità e dove le barriere vengono abbattute e le differenze superate.

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