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Ucciso dal Covid a 58 anni il coach del miracolo Casciavola

Ucciso dal Covid a 58 anni il coach del miracolo Casciavola

Lavorenti era alla guida della squadra femminile che nel 2009-2010 conquistò la promozione in B1

28 aprile 2021
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CASCINA. Addio a Roberto Lavorenti, il coach del miracolo Casciavola femminile portato in B1 nella stagione 2009-2020. Aveva 58 anni. Era ricoverato nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Livorno, la sua città, dopo aver contratto il coronavirus. Non è bastato l’affetto, tantissimo, del suo pubblico che ha tifato per lui ogni giorno, in una partita lunga un mese e mezzo: messaggi, preghiere, dita incrociate. L’affetto dei suoi familiari.

Lavorenti lascia la moglie Lorella e i figli Alessandro e Francesca: anche loro personaggi conosciuti nella pallavolo, hanno giocato nelle formazioni del comprensorio del Cuoio come l’Asd Pallavolo Castelfranco e la Folgore San Miniato.

«La situazione è peggiorata – scriveva il figlio dopo essere uscito dall’ospedale di Livorno – babbo è completamente sedato, ma i medici dicono che c’è ancora una speranza. Voi, noi e soprattutto babbo dobbiamo continuare a lottare».

E Roberto Lavorenti, mister pallavolo, ha combattuto fino all’ultimo punto contro il virus. Come ha sempre fatto, in campo prima da giocatore e poi in panchina, da allenatore: il più giovane d’Italia ad aver guidato una squadra di serie A. Erano gli anni Novanta. Nel campionato 2009-2010 è stato l’allenatore della formazione di B2 femminile della Gabbaplast Casciavola che ottennne la matematica promozione in B1 con cinque giornate in anticipo sulla chiusura della stagione regolare. Lo stesso anno con la squadra Juniores della stessa società conquistò il bronzo alle finali nazionali di categoria di Boario Terme.

Ha insegnato volley con ironia e competenza a centinaia di ragazzine e ragazzini che oggi lo piangono. Nel novembre scorso, alla soglia dei 58 anni, la decisione di lasciare la panchina della squadra femminile di Cecina, in serie B, proprio per il timore di essere contagiato.

«Dalla nascita – raccontava a Il Tirreno dopo le dimissioni – ho un’asma bronchiale, per questo sono un soggetto fragile». Da qui la scelta di fare un passo indietro. «Per me la pallavolo è uno sport e non un lavoro – spiegava – e nonostante l’abbia sempre praticata in modo professionale sia come giocatore che come tecnico, per dirigere una squadra occorre una condizione psicofisica adeguata, e in questa situazione la mia testa non è sgombra da pensieri come dovrebbe».

Ma a tutti, a cominciare dalle sue ragazze, aveva fatto una promessa: «Sia chiaro non lascio la pallavolo per sempre. Quando ci saranno le condizioni per lavorare con un minimo di tranquillità, allora sarò pronto senza dubbio a riprendere ad allenare se qualcuno mi vorrà dare fiducia». Ad annunciare la scomparsa è stato il figlio. «Abbiamo perso – scrive – un pezzo importantissimo della nostra famiglia, ma siamo sicuri che lui da lassù continui a guidarci come ha fatto per tutta la sua vita. Tutta la famiglia è grata per la vicinanza e per il sostegno che ci avete dato per tutto questo tempo. Ci teniamo a ringraziare dal profondo del cuore i medici e gli infermieri che hanno provato a salvarlo fino all’ultimo secondo». —

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