Il Tirreno

Pistoia

La tragedia

L’addio a Giacomo, morto sul lavoro: «Il pianto come unica consolazione»

di Maria Salerno
La vittima e il funerale
La vittima e il funerale

Pescia, folla al Castellare per il funerale del 30enne rimasto schiacciato da una pressa. Il parroco: «Un giovane pieno di vita, non esistono parole per questa tragedia»

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PESCIA. La comunità di Pescia, oggi pomeriggio (8 giugno), si è riversata nella chiesa del Castellare per tributare l’ultimo saluto a Giacomo Pucci, l’operaio trentenne rimasto vittima di un fatale incidente sul lavoro lo scorso 26 maggio nell’azienda Co.Ra. di Altopascio.

«Non penso che esistano parole al mondo che possano consolare una tragedia simile – così don Claudio Campagnola, che insieme a don Stefano Salucci ha celebrato i funerali – non esistono parole perché non dovrebbero nemmeno esistere cose del genere, Giacomo non era una persona anziana né ammalata, ma un giovane pieno di vita che quella mattina era andato a lavorare».

Giacomo era stato incaricato di spostare una pressa inutilizzata che si trovava nei magazzini, avrebbe maneggiato un transpallet, mezzo normalmente impiegato per spostare merci e materiali sistemati sui pancali. Ma per cause su cui la procura di Lucca sta indagando il macchinario si è sbilanciato, schiacciando il giovane. Le lesioni riscontrate a livello toracico durante l’esame autoptico fanno ipotizzare un decesso avvenuto nel giro di pochissimi minuti. Cinque gli indagati.

«Non è possibile», pronuncia qualcuno quando la bara bianca con la salma di Pucci inizia a muoversi lungo la navata centrale. Luisa Vivarelli, la mamma di Giacomo, è stretta tra il marito Maurizio e l’altro figlio Lorenzo. Sembrano una persona sola uniti da un dolore impotente e muto. Eppure la morte è una realtà della vita, sembra dire il vangelo di Giovanni che narra della morte di Lazzaro. La morte ha sconvolto l’esistenza di una famiglia, amica di Gesù esattamente come la tragedia di Giacomo si è abbattuta sui suoi familiari. Accanto al dramma emerge l’impotenza dell’amore umano. Anche Gesù si commuove profondamente e piange. Forse il pianto è l’unico atto consolatorio in questo momento. «L’unico che può sollevare il cuore dai punti interrogativi che lo tormentano: perché proprio a lui? Perché così? Perché a questa giovane età – ha aggiunto il parroco – ma la morte non è la fine, è un passaggio che conclude solo l’esperienza terrena e apre alla vita eterna».

Se è vero che non contano gli anni che abbiamo vissuto, ma come lo abbiamo fatto, Giacomo non ha che da rallegrarsi. Buono, generoso, disponibile con tutti. «Aveva tante passioni, amicizie, una vita piena – aveva raccontato il babbo Maurizio al Tirreno l’indomani del tragico incidente – viveva a casa con noi, ci aiutava in tutto. Non c’era nulla che non fosse capace di fare: sapeva aggiustare un computer, accomodare un lavandino, riparare un impianto elettrico. Ultimamente saltava la cena per accompagnare un amico a fare fisioterapia, e poi l’impegno nel sociale, nel volontariato, una perdita enorme per noi che niente e nessuno potrà restituirci».

Il giovane per tanti aveva militato nell’Azione Cattolica proprio all’interno della parrocchia del Castellare. Il vuoto che ha lasciato in chi lo ha conosciuto e gli ha voluto bene farà fatica a colmarsi. Nella folla silenziosa che accompagna il feretro fino al carro funebre ci sono molti giovani volti, pieni di costernazione, incredulità e abbattimento. Ma quando tutti escono fuori, in una giornata di sole che sembra contrastare con la mestizia generale che domina gli animi, un applauso scrosciante saluta il convoglio funebre. Addio Giacomo.

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