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Messaggi offensivi contro don Biancalani, rinviati a giudizio in tre a Firenze e Pistoia

Saranno processati con l’accusa di diffamazione una pistoiese, una pratese e un ex consigliere comunale di Vinci


17 marzo 2022 Pasquale Petrella


PRATO. La pratese Chatia Gavazzi, ora residente a Firenze e l’empolese Matteo Cioni, residente a Vinci e, all’epoca dei fatti consigliere comunale dello stesso comune, sono stati rinviati a giudizio e dovranno comparire il prossimo 6 ottobre davanti alla giudice Roberta Martini del Tribunale di Firenze per rispondere dell’accusa di diffamazione a mezzo social (Facebook) nei confronti di don Massimo Biancalani, parroco della chiesa di Vicofaro e del venticinquenne profugo del Gambia, Ebrima Makalow. Il decreto di citazione a giudizio è stato firmato dalla sostituta procuratore della Repubblica di Firenze Giulia Tramonti.

Lo stesso dovrà fare la pistoiese Pamela Bertocci, 45 anni, nei cui confronti c’è il decreto di rinvio a giudizio firmato dal pubblico ministero Luigi Boccia e che la vedrà comparire davanti alla giudice Daniela Bizzarri del Tribunale di Pistoia il prossimo 17 giugno per rispondere a sua volta di diffamazione; ma nel suo caso, solo contro il parroco di Vicofaro.

I fatti, per i primi due imputati, si riferiscono all’estate del 2018 quando la pressione mediatica nei confronti di don Biancalani era altissima. Nella sua parrocchia alloggiavano decine e decine di profughi, soprattutto giovani africani, e le tensioni con alcuni cittadini avevano raccolto anche l’interessamento di leader nazionali di alcuni partiti come Matteo Salvini che a più riprese aveva pubblicato post pesantemente critici (e alcuni ritenuti diffamatori e quindi oggetto di indagine) nei confronti dell’attività di accoglienza promossa dal prete pistoiese. Post che avevano finito per galvanizzare commenti e produrre altri post da parte di altri soggetti che sono andati molto oltre la critica e sono finiti, secondo l’avvocato Stefano Lorenzetti che rappresenta don Massimo Biancalani, nella diffamazione vera e propria.

E le denunce per diffamazione presentate da don Biancalani e alcuni dei suoi ospiti, le cui foto sono finite nei post sui social ora all’attenzione dei giudici, sono almeno una ventina. Oltre a riguardare il capo della Lega, Matteo Salvini vanno a interessare tanti cittadini da Trieste e fino in Sardegna. Uno di questi procedimenti, in cui si è persino costituita parte civile la diocesi di Pistoia a sostegno di don Massimo Biancalani, vede imputato Fabio Tuiach, l’ex consigliere comunale di estrema destra di Trieste, facente parte del movimento no green pass, sorpreso poi a manifestare con i portuali della cittadina friulana contro l’obbligo vaccinale mentre era in malattia, e per questo licenziato.

La pratese Chatia Gavazzi, difesa dall’avvocata Teresa Poerio, è accusata di aver pubblicato tre post su Facebook, uno il 28 agosto e due il 4 settembre del 2018, in cui riproducendo una vignetta con le foto di Ebrima Makalow e Laura Boldrini, riportava il dialogo dei due in cui l’onorevole Boldrini chiedeva che lavoro facesse Ebrima e quest’ultimo le rispondeva di fare lo spacciatore di giorno e il ladro di biciclette di notte. Con il commento della Boldrini che gli diceva: bravo «mica come i lazzaroni italiani». Negli altri due post le dichiarazioni sconfinavano sul lato sessuale ipotizzando rapporti gay all’interno della parrocchia come unica giustificazione per la disponibilità di don Massimo ad accogliere i profughi africani. Commento simile è quello del 28 agosto 2018 pubblicato sulla pagina Facebook «Cioni Matteo per Vinci» fatto oggetto di denuncia, da parte dell’avvocato Stefano Lorenzetti per conto di don Massimo Biancalani, che è stato ritenuto dalla procura fiorentina diffamatorio e quindi di questo dovrà rispondere l’ex consigliere comunale.

Il post diffamatorio della pistoiese Pamela Bertocci, difesa dall’avvocato Gianluca Sebastio, risale invece al 29 ottobre del 2019 quando la quarantacinquenne commentò un post pubblicato su Facebook da un sito di informazione pistoiese sull’accoglienza a Vicofaro, parlando di «un prete ingordo di soldi» e riferendosi ovviamente a don Biancalani. Giustificando con questa ingordigia l’accoglienza di centinaia di migranti, per ognuno dei quali c’era un contributo europeo per il loro sostentamento ed ecco quindi che l’imputata giustificava: più migranti accolti più soldi per don Biancalani.

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