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Tumore al pancreas, c’è un nuovo farmaco: la sperimentazione anche a Pisa. L’oncologa Chiara Cremolini: «Un grande risultato»

di Redazione Pisa

	A destra Chiara Cremolini
A destra Chiara Cremolini

L’auspicio è che ne venga presto approvato l’utilizzo negli Usa e poi anche in tutti gli altri Paesi del mondo, Italia compresa

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PISA. C’è anche l’Azienda ospedaliero universitaria pisana, insieme all’Istituto oncologico veneto, all’Istituto nazionale tumori di Milano e all’Istituto europeo di oncologia di Milano, tra i quattro centri italiani in cui è stata condotta la sperimentazione di una nuova molecola, il Daraxonrasib, protagonista di uno studio clinico globale, randomizzato e in fase 3 (RASolute 302), che ha dimostrato un beneficio complessivo di sopravvivenza finora senza precedenti nel tumore al pancreas metastatico già trattato con chemioterapia.

La notizia è stata diffusa in anteprima qualche giorno fa da Revolution Medicines, l’azienda biofarmaceutica americana che ha messo a punto in 60 centri nel mondo la sperimentazione del nuovo farmaco, in attesa di presentare i risultati in forma esaustiva al prossimo congresso Asco a Chicago (29 maggio-2 giugno).

L’auspicio è che ne venga presto approvato l’utilizzo negli Usa e poi, a cascata, anche in tutti gli altri Paesi del mondo, Italia compresa, in modo da estenderne l’applicazione in tutti i casi clinici selezionati. Il farmaco va assunto per bocca una volta al giorno. Nella sperimentazione ha mostrato miglioramenti statisticamente e clinicamente significativi nella sopravvivenza libera da malattia e nella sopravvivenza complessiva rispetto alla chemioterapia standard.

I pazienti trattati con Daraxonrasib hanno infatti registrato una sopravvivenza complessiva mediana di 13,2 mesi (rispetto ai 6,7 mesi osservati in chi ha ricevuto solo chemioterapia citotossica per via endovenosa). È inoltre un farmaco ben tollerato, con un profilo di sicurezza gestibile.

In Aoup è l’oncologa Chiara Cremolini, consigliere Aiom (Associazione italiana oncologia medica) e ordinaria di Oncologia all’Università di Pisa nonché coordinatrice del Programma dipartimentale in sperimentazioni cliniche in oncologia dell’Aoup, la principal investigator di questa sperimentazione. «È un grande risultato, una rivoluzione in qualche modo attesa e ora tangibile – dice – ma è importante spiegare che non siamo ancora pronti per utilizzare routinariamente il farmaco nella nostra pratica clinica, non esistono programmi di uso nominale o compassionevole e sarà necessario attendere l’approvazione delle autorità competenti che ci auguriamo avvenga rapidamente, ma non frettolosamente».

Il cancro al pancreas, tra tutti i tumori, è quello più dipendente dalle mutazioni delle proteine Ras (che fungono da interruttori molecolari regolando proliferazione, differenziazione e sopravvivenza delle cellule). Daraxonrasib, a differenza degli altri farmaci sperimentali, è un inibitore multi-selettivo delle proteine Ras(On), ovvero il primo agente sperimentale di una nuova classe di inibitori della Ras progettati per affrontare uno spettro diversificato e ampio di proteine Ras mutate. «Il farmaco – spiega Cremolini – agisce come una sorta di “collante molecolare”: si lega a una proteina presente nelle cellule formando un complesso che si aggancia alla proteina Ras quando questa è nel suo stato “attivo”, bloccandola. Quando questa proteina ha un’attività elevata manda infatti segnali che fanno proliferare il tumore. È in questa fase che va bloccata e sapevamo che riuscirci su uno spettro ampio di casi sarebbe stato molto rilevante dal punto di vista clinico. Con questa sperimentazione, finalmente siamo sulla buona strada.

Nell’attesa dell’iter autorizzativo – conclude – è importante far sapere che in Italia sono in fase di attivazione delle sperimentazioni di questo farmaco nel trattamento del tumore al pancreas anche in stadi meno gravi e in linee più precoci. E che, per questo specifico tipo di tumore, esistono anche altre sperimentazioni promettenti con altre molecole con meccanismi d’azione simili». «Siamo orgogliosi di essere tra i quattro centri italiani che hanno partecipato a questa sperimentazione rivoluzionaria – aggiunge la direttrice generale dell’Aoup, Katia Belvedere –. Questo risultato ci mette in condizione di prevedere grandi sviluppi nelle possibilità terapeutiche e siamo quindi sempre più determinati, come azienda ospedaliero-universitaria ad alta specializzazione, a fare la nostra parte come centro di riferimento».

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