Pisa, la malattia spiegata ai nipotini con la favola della principessa “Ia”: «È stata la nostra cura»
Il personaggio creato dall’insegnante Sofia Ascani colpita da tumore al seno è diventata la protagonista di un libro con proventi alla Fondazione Arco
Pisa «Volevo vivere la malattia nella verità, ma ho anche due nipoti piccoli e mi preoccupava il fatto di poterli traumatizzare». Quindi ha scritto una favola. È così che Sofia Ascani, 57 anni, insegnante pisana e nonna di Davide e Vittoria, è diventata la “principessa Ia”. In un paio di pomeriggi dell’autunno di due anni fa, un paio di mesi dopo essere stata operata di un tumore al seno molto aggressivo e subito prima di iniziare un anno e mezzo di chemioterapia che l’avrebbero segnata. «Sapevo che avrei perso i capelli e che ci sarebbero stati giorni in cui sarei stata talmente stanca da non riuscire ad alzarmi dal divano – racconta –. Ma avevo bisogno di vivere senza nascondermi: non volevo mettere una parrucca e nemmeno fingere di continuare a essere quella donna vitale ed energica che ero prima».
È così che è nata “La principessa Ia e il suo cappello arcobaleno”?
«Più o meno sì. Una volta saputo della terapia, la prima preoccupazione è stata quella di trovare il modo di dirlo ai miei familiari e soprattutto ai due nipotini che oggi hanno 4 e 6 anni e che allora ne avevano due in meno. Perché a mio marito e ai figli, tutti adulti, sarebbe bastato dire la verità, ma con due bambini così piccoli sarebbe stato più complicato».
Lo ha fatto per loro, quindi?
«A essere precisi, l’ho fatto per noi. Per custodire e tutelare, sempre nella verità, il nostro rapporto. Vede, io ero e rimango una nonna molto presente nella vita dei miei nipoti: trascorriamo insieme molto tempo. E nemmeno a quello volevo rinunciare. Però inizialmente non volevo scrivere una favola: non pensavo proprio di averne le capacità e soprattutto la forza».
Che voleva fare?
«Trovarne una già pronta che facesse al caso nostro (ride, ndr): ho cominciato a cercare su internet, anche con molto impegno. Ma non ho trovato nulla che ci rappresentasse. Quindi ho deciso di scriverne una su misura per noi. L’ho fatto anche molto velocemente perché di lì a poco avrei iniziato la terapia e volevo che i bimbi sapessero prima. Non avevo molto tempo».
La principessa “Ia”, quindi, è lei?
«Sì, ed è stato chiaro subito anche ai bambini che fosse così. Perché io mi chiamo Sofia, ma per loro, che avevano qualche difficoltà a pronunciare il mio nome, sono sempre stata “nonna Ia”. Scritto il testo, sono state fondamentali le amiche e colleghe Lucia Morcellini e Federica Lavia, la seconda delle quali è stata pure la mia supplente a scuola nei due anni di malattia, che hanno preparato dei bellissimi cartoncini, appositamente fatti per illustrare la fiaba ai bimbi».
Di cosa parla?
«Di una principessa che regala felicità e sorrisi donando i suoi bellissimi capelli biondi. Fino, appunto, a finirli tutti. È allora che interviene il mago pasticcione Gnagna, l’altro protagonista della storia, che crea per lei un cappello turbante color arcobaleno. Tra l’altro riuscii anche a procurarmene uno proprio identico a quello che avevo immaginato».
Dove lo ha trovato?
«Lo acquistai su Amazon: c’è una ditta danese che fa questo tipo di cappelli e ne aveva in catalogo uno arcobaleno. Mi venne consegnato proprio il giorno in cui avevo programmato di raccontare a Davide e soprattutto a Vittoria, che aveva 4 anni, la nostra favola. Lo considerai quasi un segno della provvidenza».
Come andò?
«Non fu facile non dare totalmente sfogo alle emozioni, ma andò tutto molto bene. Anche grazie a Lucia e Federica che erano accanto a me e facevano scorrere i loro bellissimi cartoncini mentre andavo avanti con il racconto».
Ha funzionato?
«Direi proprio di sì. Ne ho avuto la certezza qualche mese dopo al Giardino Scotto, dove spesso vado con i nipoti, quando proprio Vittoria mi venne incontro con un amichetto e mi disse: “Nonna, togli il cappello, fagli vedere cosa ti ha fatto fare il mago Gnagna (ride, nrd)”. Per me, era importante vivere l’autenticità di quello che stavo passando e questa favola che ho inventato per i miei nipoti mi ha aiutato moltissimo».
Ora, però, è a disposizione di tutti.
«Sì, ma nasce proprio come un fatto privato, della mia famiglia. E lì, a lungo, l’ho tenuta».
Che cosa le ha fatto cambiare idea?
«Intanto un giorno, durante la terapia, un’infermiera notò la cover del telefonino che ritraeva proprio uno dei cartoncini che poi sono diventati le illustrazioni del libro. Le raccontai la storia e lei mi disse che sarebbe potuta essere utile anche ad altri pazienti, facendomi parlare con i medici che mi stavano curando, i quali a loro volta m’invitarono a prendere in considerazione l’idea di pubblicarla. Ma non è stato quello, l’episodio determinante».
Qual è stato?
«Un’amica di mio figlio ha avuto la mia stessa malattia e anche lei aveva due figli piccoli. Sapeva della favola e un pomeriggio mi ha chiamato per chiedermela: “Sofia - mi disse - ne ho bisogno per raccontarla ai miei bambini, per favore prestamela”. Lì ho capito davvero che la “principessa Ia” andava liberata e condivisa, non poteva più restare in casa mia. Al tempo stesso, però, volevo che fosse una condivisione all’insegna della gratuità».
Quindi?
«D’accordo con Federica (Lavia, l’illustratrice del libro, ndr) abbiamo deciso di destinare tutti i proventi alla Fondazione Arco, impegnata nella ricerca oncologica e nell’assistenza ai pazienti, e presieduta dal professor Gianluca Masi che è anche direttore di Oncologia Medica all’Azienda ospedaliera di Pisa»
Ora come sta?
«Bene. Ho concluso la terapia e, finalmente, non ho trascorso il fine anno a letto. Ma so che la “principessa Ia” starà ancora con me perché la guarigione da questa malattia non è mai scontata».
A proposito, che cosa è stata per lei la malattia?
«Se le rispondo sinceramente, chiama i medici della salute mentale (ride, ndr)».
Ci provi.
«È stata una luce che ha illuminato la mia vita in modo diverso, facendomi vedere angoli e aspetti che prima non notavo forse. Io sono credente e probabilmente tutto questo è influenzato anche dalla fede. Ma per me è stata come una croce che Dio mi ha fatto portare: molto pesante, ma anche molto luminosa».l
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
