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Famiglia risarcita dopo il femminicidio, le donne non sono uguali agli uomini anche nella morte

di Ilaria Bonuccelli
Famiglia risarcita dopo il femminicidio, le donne non sono uguali agli uomini anche nella morte

Il caso di Vanessa Simonini con i soldi pagati ai familiari dallo Stato perché l’assassino è nullatente. Le vittima di mafia o terrorismo valgono 200mila euro, quella di femminicidio appena un quarto

03 aprile 2023
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Dice il tribunale di Roma che 50mila euro di indennizzo ai genitori di Vanessa Simonini, strangolata a venti anni, non sono una cifra “irrisoria”. Non vengono pagati dallo Stato come risarcimento del danno - quello spetterebbe all’assassino - ma vengono liquidati perché il femminicida risulta nullatenente.

Dice, quindi, il tribunale di Roma, che la somma liquidata ai genitori di Vanessa è equa. Beh, non lo è. Per tanti motivi che è perfino complicato elencarli. Intanto, questo indennizzo arriva con nove anni e interminabili processi di ritardo. La direttiva europea del 2004 che impone agli Stati di indennizzare le vittime di reati intenzionali violenti non prevede un’attesa così lunga: pensate a una donna vittima di stupro che debba andare per tribunali nove, dieci anni a rivivere (dopo il processo penale) la propria violenza, per ottenere 25mila euro di indennizzo statale se il suo stupratore è un nullatenente. Vero o presupposto.

Poi c’è un possibile profilo di incostituzionalità nel decreto del 2019 che fissa gli indennizzi di Stato per le vittime di reati intenzionali violenti, fra i quali rientrano i femminicidi. E se non ci si volesse vedere un profilo di incostituzionalità, c’è un profilo di ingiustizia sociale: infatti, per le vittime di mafia, di terrorismo, della “Uno bianca”, di usura, dell’eccidio di Kindu e così via - lo Stato riconosce, con leggi speciali, un indennizzo di 200mila euro (oltre a vari benefici). Senza spiegare che differenza ci sia fra una donna assassinata dall’ex o dal marito e una persona uccisa dalla mafia. Secondo l’articolo 3 della Costituzione non esistono differenze: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Invece lo Stato ha per decenni operato queste distinzioni.

Fino a quando alcune giuriste e docenti dell’università di Pisa (Valentina Bonini) e della Scuola superiore Sant’Anna (Gaetana Morgante e l’attuale preside della Classe di Scienze Sociali Anna Loretoni) insieme a Il Tirreno hanno denunciato le inadempienze dell’Italia. E hanno avviato una campagna serrata contro la discriminazione giuridica e culturale nei confronti delle vittime di violenza. Fino al 2016 lo Stato non indennizzava le vittime di violenza se italiane: “liquidava” solo le straniere aggredite in Italia. Condannato dalla Corte Europea di Giustizia perché indennizza solo le vittime di reati “speciali”, selezionati, lo Stato impiega un anno a stabilirei nuovi indennizzi, che Il Tirreno, UniPi e Sant’Anna battezzano “Listino della vergogna”: una donna uccisa vale 7.200 euro (8.200 con figli); una stuprata: 4.500 euro. Si avvia una campagna che nel 2019 porta alla revisione degli indennizzi. Con un percorso a ostacoli: prima indennizzi riconosciuto solo a donne o famiglie con redditi sociali, perché le altre non soffrono); poi divieto di riconoscere gli indennizzi per gli anni arretrati. Tutto rimosso. Meno l’ostacolo vero: la diseguaglianza.

Le donne non sono uguali agli uomini in vita. E non lo sono neppure in morte.
 

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