Il conflitto
Henrik Larsen: «Pisa, voglio rivederti in A come ai miei tempi»
Il campione danese trent’anni fa a Roma firmava l’ultimo grande successo dell’epopea di Romeo Anconetani: lui e Davide Lucarelli sbancarono l’Olimpico
PISA. A lui è legata l’ultima vittoria del Pisa in uno stadio monumento. Il 20 gennaio 1991 Henrik Larsen segnava il gol che spianava la strada al Pisa di Mircea Lucescu all’Olimpico contro la Roma. Esattamente 30 anni dopo Alexander Knaster compra il Pisa e torna a far sognare una città intera.
Larsen oggi vive a Lingby, in Danimarca, a pochi passi dall’amico ed ex nerazzurro Klaus Berggreen, ed esulta per questa svolta nella società che un tempo apparteneva a Romeo Anconetani. Gestisce un’azienda che si occupa di pure tech insieme altri tre soci. Attualmente è a casa perché anche in Danimarca c’è il lockdown e sono aperti solo i negozi di prima necessità.
Buongiorno Henrik, ha seguito la trattativa che ha portato Knaster a Pisa?
«Sì, ho seguito tutto attraverso i social e informandomi con i miei amici pisani. Sono molto contento. In questo momento particolare che stiamo vivendo c’è bisogno di gente che investe nel mondo del calcio».
Può essere la volta buona per tornare in serie A?
«Pisa ha tutte le carte in regola per giocare nella massima serie come ai tempi di Romeo. E può farlo in pochi anni. Era bello e stimolante confrontarsi con Juventus, Milan e Inter anche se dovevi correre e faticare se volevi salvarti».
Cosa serve per tornare grandi?
«I soldi aiutano ma servono le competenze e scommettere sui giovani. Su impianti qualificati e centri sportivi all’avanguardia. Poi si può anche trovare il nuovo Berggreen (sorride). È positivo che il nuovo proprietario ha voluto dare continuità tenendo chi conosce bene la situazione della squadra. Ed è giusto dare anche continuità per il rispetto dei tifosi e della città».
Quanto è importante avere uno stadio moderno e funzionale?
«È fondamentale. Anche in Danimarca stanno facendo tanti stadi nuovi e attraenti anche per concerti e altre manifestazioni. Lo stadio deve vivere tutti i giorni anche come punto di aggregazione. Non possiamo più pensare agli stadi di trent’anni fa per arrivare a certi livelli».
Qual è il modello giusto?
«Quello della Juventus. Non possiamo più pensare di riempire il San Paolo, l’Olimpico o San Siro con oltre 80mila persone. L’ideale è un impianto piccolo con i tifosi a pochi metri dal campo che mettono anche un po’ di paura agli avversari».
Sta seguendo le partite del Pisa di oggi?
«Sì, purtroppo non posso vedere le partite in diretta ma mi informo su tutto e guardo le sintesi. Certo, a Chiavari ci hanno dato un arbitro di Firenze. Non è andata benissimo. Aggiungo una cosa».
Sulla squadra?
«Sì. Per quello che vedo mi piace molto come giocano, però spesso, anche nella scorsa stagione, subisce qualche gol di troppo nel finale. Se restano concentrati fino agli ultimi minuti possono ottenere buoni risultati nella seconda parte di campionato».
Facciamo un salto indietro di trent’anni. Che giornata è stata quella dell’Olimpico?
«A dire il vero è stata una settimana particolare. Avevamo perso 5-1 con la Juventus in casa e Romeo ci aveva portato in ritiro a Volterra. Come capitava spesso. Abbiamo lavorato sodo, eravamo concentratissimi».
Non fu comunque un giorno felice?
«Vero, il giorno prima era morto il presidente della Roma Dino Viola. Nello stadio si avvertiva un’atmosfera particolare e anche i giocatori della Roma erano emozionati. Noi però abbiamo giocato una grande partita. Mi ricordo che ho fatto un bel gol di testa, poi è arrivato il raddoppio di Davide Lucarelli».
Il suo unico gol in campionato, ma non l’unico in nerazzurro giusto?
«Sì, ho segnato anche in Coppa Italia contro la Juventus. Segnavo solo in stadi importanti».
Come quelli con la Danimarca nell’Europeo di Svezia nel 1992...
«Quella è stata una vittoria incredibile, ma meritata. Eravamo ripescati e siamo stati capaci di battere le più grandi nazionali europee. Francia, Olanda e Germania. Questa può essere anche una lezione per il Pisa di oggi».
Ci spieghi.
«Nulla è impossibile se lavori duro. Anche una realtà piccola può dire la sua. Klaus Berggreen me lo racconta sempre. Lui ha avuto la fortuna di giocare più a lungo di me a Pisa e di togliersi grandi soddisfazioni».
Se tornasse indietro di 30 anni cosa non rifarebbe?
«Se mi venisse offerto di nuovo un contratto a Pisa, rifarei tutto da capo, mi piacerebbe giocare di nuovo per il Pisa. Anche se siamo retrocessi ho dei grandi ricordi. Con Simeone e Chamot ci eravamo integrati perfettamente con il gruppo degli italiani. I ritiri però non li rimpiango, faceva sempre un gran freddo. Anche se un po’ c’ero abituato».
La rivedremo presto in città per ricevere la cittadinanza pisana?
«Non lo so, ma prenderò volentieri la cittadinanza pisana. Io e Klaus parliamo spesso con Matteo Anconetani per tornare allo stadio. Dovevamo venire a maggio, poi ci si è messa la pandemia. Adesso il mio sogno è tornare allo stadio per festeggiare quella serie A che manca da 30 anni». —
Andrea Chiavacci
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