Il Tirreno

Pisa

Il guizzo di Calambrone

Il guizzo di Calambrone

Negli ultimi anni la frazione ha rialzato la testa, ma non basta

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Dopo Marina di Pisa e Tirrenia è doveroso dare spazio anche a Calambrone, la frazione del comune di Pisa più distante dal centro della città. Qualche numero curioso: dal Campanile Pendente a Calambrone ci vogliono circa 18 chilometri di strada in direzione sud-ovest, mentre un chilometro e mezzo ad est di piazza del Duomo siamo già nel comune di San Giuliano Terme… Stranezze urbanistiche pisane.

Tornando al litorale, tutti sanno più o meno dov’è Calambrone, ma moltissimi non sanno (e non si chiedono) che cosa è Calambrone, cos’è stato e cosa potrebbe diventare. A partire dal toponimo: Labrone come antico approdo etrusco (Cicerone), Ercole Labrone (un antico protettore dei naviganti), Caput Labronis (zona medievale della costa), Cala Labronis (insenatura portuale). Il mistero del toponimo si infittisce poiché i livornesi chiamano “Calambrone” anche l’attuale zona industriale della raffineria, “Livorno Calambrone” è una stazione merci sempre in quella zona e uno degli appellativi dei nostri cugini risulta proprio essere “labronico”.

Certamente la zona attuale delle colonie e la zona portuale nord di Livorno hanno rappresentato il fulcro delle attività navali della Repubblica di Pisa. Oggi lo Scolmatore d’Arno ci separa da Livorno ma dobbiamo immaginarci un unico territorio paludoso, con una linea di costa instabile, alcuni approdi minori e molte zone umide, almeno fino ai primi del secolo scorso, quando la bonifica di Tombolo asciugò il nostro litorale, ridefinendolo geograficamente: in tutto 11 chilometri di spiaggia e pineta, con il nuovo Canale Lamone che indirizza ancora oggi le acque basse in Arno (tramite l’idrovora di Marina di Pisa) e nello Scolmatore (tramite l’idrovora di Calambrone).

Nel 1932, come fu per Tirrenia, anche la zona costiera a sud del vione Vannini fu coinvolta nei progetti del neonato Ente Autonomo, tant’è che la ferrovia era già attiva proprio fino alla stazione di Calambrone. A partire da quell’anno furono edificate alcune colonie marine, una precisa volontà del regime fascista di inquadrare ed educare la gioventù italiana dell’epoca, attraverso le vacanze al mare e le cure elioterapiche dei ragazzi più svantaggiati; ma anche un progetto pedagogico-formativo (quello della colonia) che verrà ripreso anche dopo la guerra in tutti gli ambienti sociali.

Tralasciando il contesto politico, quello che in otto anni successe a Calambrone fu un qualcosa di straordinario, soprattutto se si focalizza l’aspetto architettonico: i più valenti progettisti italiani, interpretando i dettami del regime, ma anche ispirandosi liberamente alla nuova corrente futurista, concepirono una serie di edifici talmente imponenti, affascinanti e curati, da poter ospitare migliaia e migliaia di giovani vacanzieri. Oltre allo stile, anche un modo di concepire gli spazi interni funzionale a tutte le attività previste: ginnastica, riposo, preghiera, adunate, saggi, bagni, pasti, lavanderie e tutti i servizi necessari. Niente era casuale. Tutti i giornali d’architettura dell’epoca parlavano delle colonie di Calambrone. Il simbolo che quella stagione brevissima di architettura del nostro litorale ci lascia in eredità è forse l’eccentricità delle due scale elicoidali delle torri-serbatoio della Rosa Maltoni. Una eredità tutt’altro che facile da gestire, anzi pesantissima, in quanto un prodotto del fascismo da mettere in fretta e furia sotto il tappeto, secondo molti. Difatti, passato il fronte, le colonie caddero nel dimenticatoio. Un destino comune a Tirrenia, al trammino e agli studi cinematografici. Eppure, anche dopo la guerra, si costruirono altre colonie e altre strutture, ma senza un precisa identità. Calambrone diventò quello stradone che dopo Tirrenia ci porta verso il porto di Livorno, con la pineta da una parte, il mare dall’altra e tante strutture ricettive per le sole vacanze estive o le cure specifiche (come la Stella Maris o l’ospedale “Putti”, poi il presidio di ortopedia del Santa Chiara). Senza dimenticare il centro Coni negli anni Settanta, un importante centro Anap-Ciso di avviamento al lavoro (dove oggi sorge il Green Park Resort), la famosa azienda agricola Tirrenia e i piccoli esercizi commerciali comunque sopravvissuti per i pochi residenti.

Negli ultimi 20 anni Calambrone ha rialzato la testa: le colonie principali sono state quasi tutte risistemate e trasformate in ottimi centri ricettivi e turistici, il centro servizi è stato riqualificato ed è diventato la piazza centrale della frazione, e i residenti sono aumentati. Ma non basta. La sensazione, pur nella leva positiva della rinascita, è sempre quella di episodi imprenditoriali isolati, senza un progetto unitario e identitario. Il nostro litorale è carente di servizi, di vie di comunicazione, di cartellonistica adeguata che possa offrire al turista quel ventaglio di opportunità che merita. Se l’intenzione è quella di incrementare le residenze, è opportuno pensare anche alla mobilità (l’unica strada è quella del 1932), ai bancomat, ad un pronto soccorso (l’ospedale c’era già), alle strutture per i bambini, ai locali, ai parcheggi, ai cartelli, al decoro delle strade e della pineta, a far funzionare uno splendido teatro estivo, ben ristrutturato ma già in abbandono. Qualcosa si è mosso, dicevamo, perché gli imprenditori sanno spesso fare il loro mestiere, ma anche da parte delle amministrazioni serve un indirizzo politico più forte e appassionato verso la nostra costa. Perché Pisa è anche il suo litorale.



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