Il Tirreno

L'inchiesta

Rapina a San Vincenzo: «Io mi chiamo Angelo Salamina», così Beltrame alloggiava nell’hotel

di Stefano Taglione
I soldi ritrovati in provincia di Novara
I soldi ritrovati in provincia di Novara

Uno dei due arrestati aveva fornito un’identità falsa nell'albergo che aveva prenotato a Cameri, in provincia di Novara. Le fascette da elettricista per legare clienti e dipendenti di Castagneto Banca prese dalla comunità terapeutica di Grosseto dove alloggiava

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SAN VINCENZO. Quelle fascette da elettricista, poi utilizzate dal complice per immobilizzare clienti e dipendenti della banca, Salvatore Beltrame le avrebbe prese nella comunità terapeutica di Grosseto, dalla quale si è poi allontanato, fingendo di dover fare dei lavori in camera. Una scusa, per gli inquirenti, visto che evidentemente aveva già tutto in mente: voleva rapinare la banca. Nella struttura maremmana aveva conosciuto il ventiquattrenne senese Alessandro Rabazzi, che – secondo gli investigatori – indossava gli stessi vestiti sia il 28 dicembre, quando ha anch’egli lasciato la comunità, sia il giorno dopo, alle 9,50, quando con uno scaldacollo a coprire parzialmente la faccia è entrato nella filiale di Castagneto Banca, in corso Italia a San Vincenzo, immobilizzando clienti e dipendenti con le fascette e – su ordine di Beltrame – sequestrando loro i cellulari per impedire di dare l’allarme.

Sono i nuovi particolari dell’inchiesta che ha portato all’arresto di Salvatore Beltrame, 43 anni, e Alessandro Rabazzi, di 24, considerati i banditi che il 29 dicembre scorso hanno assaltato l’istituto portando via 333.000 euro custoditi nel caveau, 35 dollari canadesi, 1.180 franchi svizzeri e 290 dollari statunitensi. La gran parte dei soldi – 281.610 euro, suddivisi in banconote da 200 (quattro), 100 (cento), 50 (3.680), 20 (1.604), 10 (4.950) e 5 (1.046) – è stata ritrovata e sequestrata nella serata del 30 dicembre, poco più di 24 ore dopo l’agguato, nella camera d’albergo 209 dell’hotel Camelia di Cameri, in provincia di Novara, dove il quarantatreenne nel frattempo si era rifugiato e alloggiava sotto il falso nome di Angelo Salamina.

Il denaro era in una valigia, insieme alle fascette prese dalla comunità maremmana e al taglierino che Beltrame – riconosciuto facilmente dalle immagini delle telecamere interne, visto che è entrato in banca a volto scoperto – ha utilizzato per minacciare un cassiere, costringendolo ad aprire il caveau e a consegnargli tutti i soldi. Dall’inchiesta coordinata dal pubblico ministero Niccolò Volpe – e delegata ai carabinieri della Compagnia di Cecina, comandata dal capitano Domenico Griecoemerge la centralità della comunità terapeutica, il luogo dove la rapina sarebbe stata organizzata. Beltrame (difeso dall’avvocato Alessandro Betti) era lì dal 9 dicembre, Rabazzi – assistito dalla legale piombinese Elena Parietti – dal 22. Qui si sono conosciuti e – come confermato da un educatore ai militari dell’Arma che lo hanno ascoltato per ricostruire il loro legame – hanno stretto rapidamente amicizia. Scappando fra il 27 e il 28 dicembre, due e un giorno prima dell’agguato nella filiale.

Beltrame, fra l’altro, a un operatore della struttura prima di fuggire aveva chiesto dove portasse l’argine del fiume là accanto. Mentre Rabazzi, che il 29 dicembre ha chiesto e ottenuto di essere accompagnato in auto alla stazione di Grosseto da un collaboratore della comunità, qui ha incontrato ed è stato prelevato con una Bmw Serie 1 da Vincenzo Antonio Beltrame, 52 anni, la terza persona coinvolta: viene considerato un aiutante dal punto di vista logistico, dato che avrebbe poi ospitato lo stesso Rabazzi a casa sua la notte, ma non un rapinatore in concorso con gli altri due, dato che non c'è la certezza della sua consapevolezza di quanto da lì a poco sarebbe accaduto. Per questo è accusato solamente di favoreggiamento. 

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