Il Tirreno

«Disastro sulla spiaggia di Cavo? Il mio progetto non era finito»

di Luca Centini
Una veduta della spiaggia di Cavo
Una veduta della spiaggia di Cavo

Parla Fantoni, il progettista condannato al maxi risarcimento con l’ex sindaco. «Dei 4 lotti, quello fondamentale per garantire il risultato non fu realizzato»

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CAVO. «Il disastro della spiaggia di Cavo è dovuto all’impossibilità di completare a ottobre 1999 il mio progetto». Così Luciano Fantoni, tecnico progettista dell’intervento sulla spiaggia, precisa alcuni aspetti della ricostruzione compiuta dal <CF1302>Tirreno<CF1301> sulla vicenda della sentenza di condanna, a distanza di 25 anni, emessa dalla seconda sezione del Tribunale civile di Firenze. Fantoni è una delle quattro persone condannate in primo grado a risarcire in solido il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica per oltre 5,6 milioni di euro. Con lui ci sono l’ex sindaco di Rio Marina Roberto Antonini, l’ex vicesindaco Luigi Valle e l’ex assessore Gian Piero Guerrini. Una vicenda che non è chiusa, visto che i legali dei quattro convenuti sono già al lavoro per presentare ricorso in Appello.

Il tecnico precisa
«In merito a quanto emerso desidero fare alcune precisazioni – spiega Luciano Fantoni, tecnico progettista che si è occupato di vari interventi di ingegneria ambientale sull’isola – il progetto era stato approvato nel 1998 da tutti gli enti preposti, fra cui il ministero dell’Ambiente, cui all’epoca spettava in esclusiva il rilascio delle autorizzazioni dei ripascimenti. Aveva ricevuto il dossier progettuale completo». Fantoni ricostruisce i passaggi alla base dell’intervento sulla spiaggia di Cavo. «Una di decina di campioni dei materiali di miniera per il ripascimento erano stati analizzati dall’Arpat di Piombino, cui all’epoca spettava in esclusiva il compito di attestare l’idoneità dei materiali. Il risultato di tutte le caratterizzazioni granulometriche dava la componente fine (fango) trascurabile, e di conseguenza attestava l’idoneità dei materiali per il ripascimento. Solo dopo il disastro emerse che la metodica era sbagliata: vagliatura con setacci sul materiale secco, anziché previo lavaggio, che consentisse di sciogliere e di rilevare la componente fine».

Fantoni nega, correggendo quanto riportato nell’articolo del Tirreno, «che i lavori di progetto, articolati su tre lotti, erano finiti. E che - visto l’accaduto - il progetto era sbagliato. Non è esatto. Devo richiamare che il progetto era basato sulla constatazione che i sedimenti di spiaggia venivano sistematicamente trascinati dalle correnti associate allo scirocco verso il porticciolo del Cavo, e lo intasavano, a causa della mancanza di un molo di sottoflutto che li arrestasse. Pertanto, i lotti previsti per il Cavo erano in realtà 4. Il più importante, da realizzare per primo, era il prolungamento dell’embrione di molo di sottoflutto, per impedire l’ingresso dei sedimenti di spiaggia nel porto e stabilizzare la spiaggia. Inoltre la trasformazione delle barriere radenti parallele alla strada lungomare (la spiaggia non c’era più) in 2 pennelli trasversali, per intercettare le correnti associate allo scirocco responsabili dell’erosione e del trasporto verso il porto; il ripascimento col materiale di miniera approvato dall’Arpat e infine il dragaggio del canale d’ingresso al porticciolo e il versamento dei sedimenti puliti sui materiali di miniera, come filtro ad evitare il contatto diretto col mare, soprattutto (stanti le analisi dell’Arpat) per via della sua pezzatura grossolana».

L’opera incompiuta

Quindi, alla fine dei conti, cosa è andato storto? Fantoni fornisce al <CF1302>Tirreno</CF> la sua opinione in merito a questa domanda. «Le autorizzazioni c’erano tutte, compresa quella della Capitaneria – spiega – ma l’iter per il molo di sottoflutto ancora tardava a completarsi, e fu allora deciso, da tutti i soggetti coinvolti, di procedere con gli altri tre lotti. A maggio, quando ancora c’era il tempo per realizzare almeno la palancolata del prolungamento del molo, e mettere quindi il “tappo” all’imboccatura del porto, dalla Capitaneria giunse l’ordine di rimandare a fine estate. Dei quattro lotti, proprio quello fondamentale per garantire il risultato non era stato realizzato».

La sciroccata di fine estate, in anticipo su quelle normali autunnali, fece scoppiare il caso. «Questo perché – spiega Fantoni – l’impetuosa corrente associata alle onde, nella porzione della nuova spiaggia più vicina al porto, distrusse velocemente il filtro di sedimenti dragati e puliti, rispingendoli verso l’imboccatura. Non trovando il nuovo molo, mise a nudo i materiali di miniera, a loro volta trasportati verso il porto e venne sciolto il fango non rilevato dall’Arpat. Il grande clamore per la colorazione dell’acqua portò al sequestro della spiaggia, e, nell’impossibilità di completare il progetto con la costruzione del molo, ogni mareggiata riscopriva i materiali di miniera e si ripeteva l‘arrossamento». A riprova di quanto dichiarato da Fantoni, «dopo un anno circa – aggiunge il tecnico progettista – la nuova amministrazione mi convocò e mi fu chiesto il consenso al completamento del mio progetto con la costruzione del mio molo di sottoflutto. A questo punto, domando: come si fa a dire che i lavori erano finiti, e che il progetto era sbagliato? I lavori erano stati obbligatoriamente sospesi dalla Capitaneria di porto, e il sequestro ne impedì la ripresa e il completamento. Sfido chiunque a contestare che la configurazione attuale della costa del Cavo non corrisponde al mio progetto, e ad affermare che la configurazione posta sotto sequestro, con palese assenza del molo di sottoflutto, fosse corrispondente a quella del mio progetto. Se l’attuale configurazione funziona, allora è il mio progetto che funziona. Quello parziale sequestrato nel 1999 non è il mio progetto».

«Disastro? Ecco i motivi».

Per Fantoni il disastro del Cavo è dovuto «all’impossibilità di completare a ottobre 1999 il mio progetto, causata dalla sospensione dei lavori a inizio estate ad opera della Capitaneria, e ancor più dalla decisione di mettere sotto sequestro la spiaggia. L’errore dell’Arpat in fondo è diventato grave solo come conseguenza delle due cause scatenanti di cui sopra». Il tecnico, a distanza di anni, mette in evidenza quelle che, secondo lui, sono alcuni aspetti non lineari della vicenda.

«Una parola sul Ministero dell’Ambiente che ha autorizzato i lavori, visionando l’intero progetto, per poi gridare al disastro, proclamando danni ambientali molto di fantasia – attacca il tecnico – Allego una foto da Google Earth del 2013, non molti anni dopo il “disastro”. Si vede benissimo quanto sia florida la prateria di Posidonia. Chi non ci crede si faccia una nuotata con maschera, e vedrà di persona. Chi conosce la costa del Riese sa bene che le spiagge, i fondali e gli alvei dei fossi afferenti sono fatti del materiale impiegato per il ripascimento. La Posidonia è rigogliosa ovunque, e i pesci vivono e si riproducono in acque ricche di Cadmio, Cromo, Arsenico, ecc.: tutti se ne nutrono senza problemi. Quali danni ambientali? (quelli economici sono stati causati dal clamore e dal sequestro. Con un po’ di calma, a mio progetto completato, già nell’inverno 1999-2000 la situazione si sarebbe normalizzata). Invece la valutazione dei danni l’ha fatta l’Ispra, organo del ministero dell’Ambiente. Il ministero si toglie i panni dell’autorizzatore per vestire quelli del “vendicatore”.. avrebbe forse dovuto cominciare da se stesso? E la perizia se la fa lo stesso ministero.. non è che la cosa puzza un po’ di conflitto d’interessi? E il Tribunale non nomina un suo perito, prende per buona la perizia dell’accusa/sedicente parte lesa? Forse in Appello qualcuno avrà modo di riflettere su quanto sopra. Fatti, senza distorsioni».

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