Piombino, ucciso a 39 anni dai fumi di saldatura: Inail condannata a versare una rendita. Cosa dice la sentenza
La giustizia arriva dopo sette anni, al termine di una dura battaglia legale: cruciali le testimonianze in tribunale
PIOMBINO. Si ammala di carcinoma polmonare sul posto di lavoro. E muore ad appena 39 anni lasciando moglie e due figli, all’epoca entrambi minorenni. Il dramma senza nomi, per tutelare la figlia che è ancora minore, si consuma a Piombino il 16 gennaio 2017. Una famiglia distrutta. Due figli da crescere. E nessun aiuto economico. Quest’ultimo arriverà dall’Inail solo a distanza di sette anni, al termine di una battaglia legale portata avanti con determinata ostinazione dalla vedova, assistita dall’avvocato Gianluca Chillo. La sentenza della giudice del lavoro Sara Maffei del tribunale di Livorno è del 4 marzo. Alla donna e alla figlia viene riconosciuto il diritto alla rendita come superstiti. L’altro figlio è ormai maggiorenne. La legge fissa il criterio generale di calcolo: in rapporto alla retribuzione annua percepita dal lavoratore, la rendita è del 50 per cento al coniuge e del 20 per cento alla figlia.
Il veleno
Un veleno subdolo i fumi da saldatura. Classificati dalla fondazione Airc per la ricerca sul cancro nel cosiddetto Gruppo 1, quello delle sostanze per cui risultano forti evidenze di cancerogenicità. L’uomo quei fumi li ha respirati per 17 anni. E poco conta che fosse anche un fumatore di sigarette.
Dal 1999 al 2008 ha lavorato all’estero, svolgendo sempre di fatto la mansione di saldatore, e dopo, fino al 2016, all’interno dell’area dello stabilimento siderurgico Lucchini di Piombino, alle dipendenze di varie società, svolgendo sempre di fatto l’attività di saldatore.
I testimoni
A colpire è il tenore di alcune testimonianze rese nel corso del processo. L’attività di saldatura è sempre stata svolta senza idonei dispositivi di protezione individuale (Dpi), come maschere con filtri per l’aria, maschere con respiratori, aspiratori di fumi, strumenti di protezione delle vie aeree, tute protettive, peraltro neppure forniti dalle società per cui l’uomo ha lavorato. E si racconta e documenta di saldature che avvenivano sia in luoghi all’aperto che in spazi confinati quali cisterne, serbatoi, convertitori ed elettrofiltri impiegando saldatrici a elettrodo e a filo. Interventi che venivano effettuati su componenti e lamiere nuove, usurate, ossidate e verniciate, di acciaio al carbonio e inox. Tra l’altro ogni qualvolta le attività di saldatura veniva eseguita in luoghi confinati l’aria si saturava di fumi di saldatura al punto che costringevano il defunto e i suoi colleghi a sospendere a turno l’attività per uscire a respirare.
La richiesta
La richiesta all’Inail di riconoscimento di malattia professionale e diritto alla rendita ai superstiti è di giugno 2019. Verrà respinta: “La morte non è riconducibile all’evento”. Anche l’opposizione che segue a ruota non trova miglior favori. E dall’Inail viene sottolineata: “L’assenza di fattori di rischio cancerogeno rilevabili dall’esame dei Documenti di valutazione dei rischi redatti dai datori di lavoro, nonché sulla relativa brevità del periodo lavorativo documentato che si estende dal 2008 al 2016”, ovvero il solo periodo in cui l’uomo ha lavorato in Italia. Invece, il medico incaricato dal tribunale della consulenza tecnica d’ufficio ha evidenziato il nesso causale, con un’adeguata probabilità sul piano scientifico, che la causa del decesso dell’uomo sia da ricondurre alla sua professione di saldatore.
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