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Piombino, la città nel terrore delle polveri: il quartiere impaurito e la vita da “blindati” – Video

di Gabriele Buffoni

	Giuseppina Tornese, Antonio Giardella, Tommaso Giardino, Barbara Taddei, Luca Mazzarella, Marco Gavetti, Piero Pagani e Maria Teresa Golin
Giuseppina Tornese, Antonio Giardella, Tommaso Giardino, Barbara Taddei, Luca Mazzarella, Marco Gavetti, Piero Pagani e Maria Teresa Golin

Tanti piombinesi rivivono nella loro memoria i tempi dello “spolverino” in città. Nelle zone di fianco alla fabbrica con gli smantellamenti è iniziato un incubo: la voce dei cittadini

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PIOMBINO. Il denso fumo nero che martedì si è alzato nel cielo di Piombino ha gettato nel panico la città. Un incendio scaturito da alcune scintille ai piedi dei rottami dell’ex gasometro Badoni. Ma tra chi ha subito pensato – erroneamente – che provenisse dal porto (e in particolare dalla nave rigassificatrice Golar Tundra) e chi invece ha visto le fiamme alzarsi proprio dai cantieri delle demolizioni dell’ex area a caldo delle acciaierie, il sentimento di paura è stato collettivo. Un terrore che chi vive o lavora vicino ai confini dell’acciaieria conosce bene. E per il quale non si dà pace: tanti piombinesi rivivono nella loro memoria i tempi dello “spolverino” ma in tutti c’è la consapevolezza che quelle strutture, se non smantellate a dovere, possono rappresentare un rischio per la salute pubblica.

Quella fumata nera

Un pinnacolo nero, visibile martedì pomeriggio da chilometri di distanza. Tanto è bastato. La scintilla che ha fatto riaffiorare la paura. «Io vivo nella quarta strada, in borgata Poggetto – racconta Piero Pagani – e quando è scoppiato l’incendio stavo andando in scooter verso la Provinciale. Mi sono voltato e ho notato tutto quel fumo nero, denso: non una fumata normale. La mia paura iniziale era che ci fosse stata un’esplosione. Sappiamo tutti quello che nasconde l’acciaieria – dichiara – e anche un incidente del genere non fa stare tranquilli: e se avessero preso fuoco materiali pericolosi? ». La stessa domanda, poche centinaia di metri verso il muro di cinta dell’acciaieria, se l’è posta martedì anche Barbara Taddei, titolare dell’edicola 13 nel quartiere Cotone. «Una mia cliente ha iniziato a gridare chiedendo di chiamare i pompieri – racconta – e quando sono uscita in strada, sebbene il vento soffiasse in direzione contraria, il fumo mi è entrato in gola e pure negli occhi. Se ho paura? Sì, non lo nego – risponde – la paura di chi ignora cosa stia succedendo a pochi passi da dove vive».

Un quartiere impaurito

Tra le strade del quartiere Cotone chi getta uno sguardo al di sopra del muro di cinta dell’acciaieria non riesce a evitare di scuotere il capo, preoccupato. «Le demolizioni le fanno su ordine di chi ha rilevato gli impianti, non la fa lo Stato – commenta Giuseppina Tornesi, seduta ad un tavolo del circolo Arci del quartiere – non mi vengano a dire che non puntano a ridurre i costi e a massimizzare i benefici. Non sono un’esperta di demolizioni, ma avrei preferito che di questo genere di operazioni si occupassero le istituzioni: mi sarei sentita più sicura, perché non so quanto un’azienda abbia nel proprio interesse la sicurezza di chi abita intorno allo stabilimento». Intanto nella borgata, quando si parla delle demolizioni, la gente sospira di rassegnazione. «Se le facessero bene non ci sarebbe niente da temere – spiega Angelo Giardella, anziano residente del quartiere – ma di assicurazioni non ne abbiamo. Dobbiamo fidarci? Lo smantellamento è da fare – conclude – ma servirebbero controlli attenti».

Una vita da “blindati”

Da una parte all’altra dell’acciaieria, alla preoccupazione si mischia la rabbia. In via Cavallotti e nelle strade limitrofe, nella zona di confine tra la città e la fabbrica, la situazione è al limite della sostenibilità fin dall’avvio delle demolizioni la scorsa estate. «Ho chiamato Arpat più volte – racconta Tommaso Giardino, titolare di AudioFollie – addirittura mi dissero che avevano controllato e che i fumi non erano usciti dal perimetro dell’acciaieria. Mi sono sentito preso in giro – spiega – perché ero fuori a lavorare su un mezzo e mi sono dovuto rintanare in negozio per evitare certe nubi, sia di fumi bianchi che più densi e scuri. E anche alcuni clienti che lavorano in Magona mi raccontano che spesso si rifugiano negli uffici perché dentro lo stabilimento non riescono a respirare per i fumi delle demolizioni. È evidente che il quantitativo di acqua che usano per bagnarle non basta».

Se servissero ulteriori prove, la testimonianza la fornisce Luca Mazzarelli, titolare dello storico bar Elba, spesso costretto «a togliere i tavoli esterni perché coperti interamente di polvere – spiega – il che ovviamente crea disagio sia a noi che ai clienti. Se sono preoccupato? Sono quarant’anni che respiriamo le polveri dell’acciaieria, purtroppo stiamo solo continuando a farlo. Però sicuramente vorrei delle rassicurazioni». Perché che i lavori di smantellamento degli impianti vadano fatti «nessuno lo mette in dubbio – commenta Mazzarelli – ma almeno avere garanzie che vengano fatti bene e che ci siano controlli adeguati, renderebbe tutti più tranquilli». Le polveri, intanto, continuano a muoversi sulla città. Una nube che per chi vive a Piombino è diventata da mesi una realtà quotidiana. «Mi sono trasferita alla Tolla da un anno e mezzo – racconta Maria Teresa Golin, originaria di Vicenza – e ho ogni giorno il terrazzo pieno di polvere scura, e così pure le zanzariere. È allucinante: mio marito ha lavorato nell’ex Lucchini, dire che è preoccupato è poco: devono smaltirle, ma va fatto in modo sicuro».

«Nessuno ci consulta»

Chi conosce bene cosa c’è al di là di quel muro di cinta è invece Marco Gavetti. Dipendente della Lucchini dal 1979 come addetto al parco rottami, cassaintegrato dal 2014, scuote il capo osservando i mezzi all’opera nell’ex area a caldo.

«Né io né gli altri che come me hanno le qualifiche e conoscono l’impianto siamo stati chiamati, neppure per un consulto su come muoversi lì dentro – rivela – eppure ho 40 anni di esperienza proprio nel settore degli smantellamenti. Quanta sono preoccupato? Tanto: nell’area dove stanno operando ci sono sicuramente anche materiali che finivano nelle colate. Parlo di manganese, zolfo, anche di piombo. Di tutto. Io ho paura: da quando hanno iniziato – conclude – in casa mia non apriamo più le finestre».


 

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