Il Tirreno

italo sapere 

«La gestione venatoria si è rivelata negli anni un fallimento totale»

2 MINUTI DI LETTURA





Capoliveri

Non poteva non intervenire sulla questione ungulati l'agronomo Italo Sapere (in foto) dell'azienda agricola Sapereta. Ha scritto a Gianni Anselmi del Consiglio regionale della Toscana, esponente del Pd. «A nome della Confagricoltura locale e del Consorzio dei produttori Doc dell’Elba, voglio evidenziare che non è corretto definire l'attuale popolazione di cinghiali, come Sus scrofa, perché neanche gli specialisti riescono a tracciarne un profilo tassonomico preciso. La popolazione attuale, purtroppo è dotata di grande adattabilità e di elevata capacità riproduttiva e provoca danni enormi alle colture agricole, alla biodiversità ed in particolare all'assetto idrogeologico. Il contesto normativo attuale è assolutamente inadeguato perché prevede nel territorio elbano aree non vocate ed aree vocate per l'attuale popolazione di cinghiale e, di conseguenza, aree addirittura destinate (quelle vocate) alla gestione conservativa di questa dannosissima popolazione».

Quindi Sapere ritiene non esistano all'Elba aree vocate per la gestione conservativa di questo tipo di ungulati, visti gli impatti che questa specie provoca su flora, agricoltura, viticoltura e non ultimo sulla sicurezza stradale. Quindi deve essere adeguato il contesto normativo, dando la priorità alla conservazione dell'assetto idrogeologico, alla protezione delle colture agricole ed alla protezione della biodiversità, prevedendo concreti piani di abbattimento di questa popolazione ibrida con l'obiettivo della sua eradicazione dal territorio elbano. «Vorrei sottolineare – prosegue – che dichiarare vocate le aree esterne al Parco renderà vani gli investimenti dell’ente stesso al fine di ridurre la popolazione di questi animali. Da studi fatti e pubblicati su molte riviste scientifiche, è stato dimostrato che laddove esiste una forte pressione della caccia, la popolazione di cinghiali non diminuisce affatto, ma (sembra assurdo) aumenta la densità, aumentando l’estro e la prolificità delle femmine. Inoltre la caccia provoca la destrutturazione delle famiglie e i piccoli trovandosi soli vanno alla ricerca di cibi più facilmente reperibili, aumentando così il danno alle colture agrarie. Questo è quello che si sta verificando all'isola. Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che la gestione venatoria si è rivelata fallimentare. Vengo pertanto a richiedere a nome dell’associazione che rappresento, che l'intera isola d'Elba venga dichiarata non vocata e che vengano attuate azioni di forte riduzione della popolazione». —

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
La ricostruzione

Camaiore, Piero Moriconi e gli spari mortali a moglie e figlio: la frase choc al cognato e quel post del 2022 – «Mi sono liberato di loro»

di Gabriele Buffoni