Silei e Rizzi raccontano a due voci l’Hikikomori: «Giovani, dovete spiccare il volo, basta carezze»
Oggi alle 18 alla Fondazione Poma di Pescia la presentazione del romanzo per adolescenti. Il tema è quello dei ragazzi iper protetti che scelgono di isolarsi dalla vita sociale
PESCIA. "Hikikomori" è un termine giapponese che significa "stare in disparte", viene utilizzato per indicare quelle persone - di solito adolescenti o giovani adulti - che decidono di isolarsi dalla vita sociale per lunghi periodi di tempo.
Hikikomori è anche il titolo dell'ultimo romanzo di Fabrizio Silei, scritto a quattro mani con Ariela Rizzi, edito da Einaudi Ragazzi e uscito lo scorso 7 marzo. Oggi alle 18 sarà presentato alla Fondazione Poma, a Pescia. «Trovavo strano che non fosse ancora uscito un romanzo per adolescenti con questo titolo – spiega Silei – l'idea di scriverlo mi piaceva, ma sentivo che da solo non l'avrei mai fatto e poi mi sarei morso le mani perché ci avrebbe pensato qualcun altro. Sapevo che una collaborazione poteva aiutarmi, così visto che da tanto si parlava con Ariela di scrivere qualcosa insieme e che la storia presenta una doppia ambientazione, Italia-Giappone, chi meglio di un' appassionata di manga e cultura giapponese per una scrittura a quattro mani?».
Per Ariela Rizzi si tratta del romanzo d'esordio, ma confessa che continuare a fare la scrittrice non le dispiacerebbe. Ha scritto da sempre e l'incontro con Fabrizio Silei è avvenuto proprio ad un corso di scrittura da lui diretto. «Per me è stato favoloso esordire con un romanzo che parla del Giappone che amo tantissimo – dice Rizzi – grazie al mio lavoro, che è l'assistente di volo, ho girato il mondo e mi piacerebbe trasferire tutte le cose che ho assorbito durante i viaggi nella mia scrittura». Oltre alla doppia ambientazione, Hikikomori è un coro a due voci: una maschile e una femminile. Fabrizio e Ariela hanno dato corpo a ciascuno di questi due universi, apparentemente così distanti, ma che finiscono per compenetrarsi grazie al sottile fil rouge che li attraversa: quella paura di vivere che è di tanti adolescenti. Paura che spinge a isolarsi, creando un bozzolo protettivo che lascia il mondo fuori. «Per poi scoprire che il mondo lo vuoi assaporare in realtà – va avanti Ariela Rizzi – tanto che ti richiama fino a spingerti ad uscire dalla tana».
Hikikomori racconta una storia, ma allo stesso tempo fa riflettere sul «grande equivoco», come lo definisce Silei, secondo il quale "amare" significherebbe "proteggere", equivoco su cui è stata fondata, nella maggior parte dei casi, l'educazione delle ultime generazioni. «Bambini iper protetti, tracciati con le app, costantemente monitorati attraverso gli smartphone, a cui abbiamo insegnato che dire le parolacce è maleducato, a cui proponiamo persino storie infarcite di politically correct – afferma Silei – a cui abbiamo tolto il rischio e dato un mondo di sole carezze. E paradossalmente questo li ha resi fragili perché abbiamo avuto paura di fargli sperimentare la ferita. Educare è soprattutto saper lasciare andare, dire: ti lascio volare». E questo dovrebbe far riflettere gli adulti, prima ancora che i ragazzi a cui il romanzo si rivolge. «Ad un certo punto questi bambini si butteranno nel mondo e non avranno gli strumenti per affrontarlo – aggiunge Rizzi – noi adulti a volte gli facciamo da scudo come crociati, ma questo rende più difficile per loro il formarsi di quella scorza necessaria di cui tutti crescendo abbiamo fatto esperienza».
I ragazzi del XXI secolo sono quelli la cui serenità viene data per scontata, ma sono attraversati da mille ansie: che vanno dalla pressione delle aspettative genitoriali a quella di un mondo troppo competitivo. Hikikomori riesce a raccontarcelo con straordinaria poesia.
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