Il Tirreno

Il caso riaperto

Carrara, in carcere 209 giorni da innocente. I giudici: «Ora è da valutare indennizzo»

di Melania Carnevali

	La sede della Cassazione
La sede della Cassazione

L’uomo era stato arrestato per detenzione di denaro contraffatto nell’ottobre di sei anni fa a Carrara

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CARRARA. Dovrà essere riesaminata la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione presentata da Nicola Scoccimarro, l’uomo originario di La Spezia arrestato nell’ottobre del 2020 dai carabinieri di Carrara e successivamente assolto dal Tribunale di Massa dall’accusa di detenzione di banconote false finalizzata alla loro messa in circolazione.

A stabilirlo è la Corte di Cassazione, che ha annullato l’ordinanza con cui la Corte d’Appello di Genova aveva respinto la domanda di indennizzo, disponendo un nuovo esame della vicenda.

Il caso

Il caso aveva avuto origine il 10 ottobre 2020, quando i militari dell’Arma fermarono Scoccimarro durante un controllo nel territorio carrarese. All’interno dell’auto che stava conducendo venne rinvenuto uno zaino contenente centinaia di banconote false da 20 e 50 euro per un valore complessivo superiore a 31 mila euro.

Secondo quanto emerso all’epoca, il denaro era composto da oltre 450 banconote da 50 euro e da circa 420 banconote da 20 euro. Nell’immediatezza dei fatti l’uomo sostenne di aver ricevuto poco prima quello zaino da un conoscente e di ignorarne completamente il contenuto. La Procura contestò però il reato di detenzione di denaro contraffatto destinato alla messa in circolazione e venne disposto l’arresto. Nei giorni successivi il giudice per le indagini preliminari convalidò il provvedimento applicando la custodia cautelare in carcere.

In carcere 209 giorni

Scoccimarro rimase in carcere 209 giorni. La sua posizione venne poi riesaminata nel corso del processo celebrato davanti al Tribunale di Massa. Il 7 maggio 2021 arrivò la sentenza di assoluzione con la formula «perché il fatto non costituisce reato». La decisione divenne definitiva il 25 luglio dello stesso anno. Dopo l’assoluzione, l’uomo presentò domanda per ottenere la riparazione per ingiusta detenzione prevista dall’ordinamento. La richiesta venne tuttavia respinta dalla Corte d’Appello di Genova.

Secondo i giudici liguri, infatti, alcuni comportamenti tenuti dall’interessato avrebbero contribuito a determinare o comunque a mantenere la misura cautelare. Tra questi veniva richiamata la scelta di avvalersi della facoltà di non rispondere durante le prime fasi dell’inchiesta e il fatto di non aver successivamente presentato istanze per ottenere la revoca della custodia in carcere. La Suprema Corte ha però ritenuto insufficiente questa motivazione.

La Corte di Cassazione

Nella sentenza viene ricordato che, per negare il diritto all’indennizzo, occorre dimostrare che l’interessato abbia causato la propria detenzione con dolo o colpa grave. Non basta quindi richiamare genericamente gli elementi che avevano portato all’arresto o alla misura cautelare. I giudici della Cassazione si soffermano in particolare sul diritto al silenzio.

La scelta di non rispondere agli investigatori o al magistrato rappresenta infatti una prerogativa garantita dalla legge e dall’articolo 24 della Costituzione sul diritto di difesa. Per questo motivo, sottolinea la Suprema Corte, non può essere considerata un comportamento ostativo al riconoscimento della riparazione per ingiusta detenzione. Lo stesso articolo 314 del codice di procedura penale esclude espressamente che l’esercizio di tale facoltà possa essere utilizzato contro chi richiede l’indennizzo.

Secondo gli ermellini, la Corte d’Appello non avrebbe inoltre individuato in maniera precisa quale sarebbe stato il comportamento concretamente imprudente o gravemente negligente attribuibile a Scoccimarro. Anche il mancato deposito di richieste di revoca della misura cautelare o di altri rimedi processuali non può automaticamente essere interpretato come una responsabilità del detenuto.

Per queste ragioni la Cassazione ha accolto il ricorso e disposto il rinvio a una nuova sezione della Corte d’Appello, che dovrà rivalutare la domanda attenendosi ai principi indicati dalla Suprema Corte. La vicenda giudiziaria, iniziata tra Carrara e Massa quasi sei anni fa, resta quindi aperta sul fronte del possibile riconoscimento dell’indennizzo per i 209 giorni trascorsi in carcere prima dell’assoluzione definitiva. Una detenzione – ormai questo è stabilito dalla sentenza definitiva – ingiusta perché scontata da innocente. 

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