Il Tirreno

Il caso

Omicidio in classe, centinaia di studenti chiedono giustizia per Aba – La protesta davanti all’istituto: «No alle scuole caserma»

di Redazione web

	Youssef Abanoub
Youssef Abanoub

La Spezia, i giovani, provenienti da diverse scuole, si sono ritrovati stamani davanti all’ingresso dell’Einaudi-Chiodo dove venerdì Zouhair Atif ha accoltellato a morte il compagno Youssef Abanoub

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LA SPEZIA. Questa mattina un centinaio di studenti di La Spezia provenienti da diversi istituti, si sono assiepati davanti all'ingresso dell'Einaudi-Chiodo, dove venerdì Zouhair Atif ha accoltellato a morte il compagno Youssef Abanoub.

Proteste e tensione

Oggi la scuola riapre e gli studenti si sono recati per ricordare il giovane in una veglia durante la quale non sono mancati momenti di tensione. Tra gli studenti c'è chi ha portato cartelli con cui accusano la scuola di essere «complice» di quanto è accaduto.

La tensione in città è palpabile, mentre il sindaco Pierluigi Peracchini, dopo avere escluso in un primo tempo la possibilità di proclamare lutto cittadino, è tornato sui suoi passi annunciando sui social la giornata di lutto nel giorno del funerale di Youssef, che deve ancora essere fissato. Sul fronte delle indagini, oggi Atif sarà interrogato dal gip per la convalida dell'arresto chiesta dal pubblico ministero Giacomo Gustavino.

«No alle scuole-caserma»

«Di fronte al moltiplicarsi di episodi di violenza legati alla presenza di armi nelle scuole, il ministro Valditara propone l'introduzione di metal detector negli istituti considerati “più problematici”, rilanciando una visione securitaria e repressiva della scuola pubblica. La violenza non si combatte trasformando le scuole in caserme. La militarizzazione degli spazi educativi è una scelta fallimentare e pericolosa, che scarica sugli studenti le responsabilità di un sistema che non funziona». È quanto dichiara Federica Corcione, membro dell'Esecutivo Nazionale dell'Unione degli Studenti a seguito delle dichiarazioni del ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara. Corcione ricorda come già si verificano controlli con metal detector all'interno delle scuole, spesso su richiesta di dirigenti e con il coinvolgimento di prefetture e questure: «È già successo, da ultimo lo scorso anno all'Istituto Marie Curie di Ponticelli. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: la repressione non previene la violenza, la amplifica. Quella delle armi e della violenza è una questione strutturale, che richiede un intervento profondo e sistemico - prosegue - fatto di investimenti su educazione, ascolto, supporto psicologico, spazi di aggregazione e contrasto alle disuguaglianze sociali. Tutto ciò che questo Governo continua a ignorare». «Se davvero si vuole una rivoluzione culturale, allora diciamolo chiaramente: deve partire dalla scuola e dalle sue responsabilità. La scuola deve tornare a essere uno spazio di formazione critica, emancipazione e cura - commenta a sua volta Tommaso Martelli, coordinatore nazionale dell'Unione degli Studenti - È compito delle istituzioni scolastiche formare cittadinanza consapevole, costruire una cultura del rispetto, del consenso e della solidarietà. Rispondere alla violenza con i metal detector significa rinunciare a questo ruolo».

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