Il Tirreno

Economia

Marmo, scatta la trappola dalla Cina ma le Apuane si salvano: ecco come

di Giovanna Mezzana
Marmo, scatta la trappola dalla Cina ma le Apuane si salvano: ecco come

Sardi e veneti hanno investito 60 milioni per realizzare la Città della Pietra “gialla”. Costruiscono capannoni e dopo scoprono che i terreni erano già stati venduti prima

4 MINUTI DI LETTURA





CARRARA. Sarà per cautela, sarà per avversione al rischio – o forse anche per un pizzico di indolenza? – ma gli imprenditori apuani del marmo sono in grado di non farsi stregare dai miraggi che arrivano dalla Grande Cina: “leggi” mercato sterminato, basso costo della manodopera e dell’energia, imposizione fiscale irrisoria, per esempio. Non è tutto oro, del resto, ciò che luccica: lo dimostrano gli effetti dell’affaire in cui sono rimasti impantanati signori del marmo sardi e veneti che stavano realizzando un maxi progetto: una Città della Pietra, addirittura, in seno al Gigante Giallo. La Capitale del Marmo era all’oscuro di tutto. È andata bene così: i “colleghi” della Sardegna e del Distretto veneto, insieme ad altri imprenditori stranieri, hanno investito 60 milioni di euro e ora rischiano di rimanere con un pugno di mosche in mano; c’è la chance del risarcimento ma i tempi non sono mai “oggi per domani”.

Il parco industriale

Secondo quanto raccolto – e un po’ di condizionali sono d’obbligo – accade che un imprenditore sardo del lapideo, che una decina di anni fa aveva intrapreso l’avventura asiatica aprendo un’azienda in Cina, ha un’idea che sembra grandiosa: costruire una Città della Pietra, un parco industriale sulle sponde del Mar Giallo a Dafeng, nella provincia di Jiangsu; l’obiettivo è: far arrivare qui navi cariche di marmi da ovunque nel mondo, tagliarli in lastre e vendere il prodotto sullo sconfinato mercato cinese. L’idea piace ad altri imprenditori italiani ma aderiscono anche colleghi spagnoli, olandesi, indiani.

Si parte

La macchina si mette in moto, «viene costituita una società con sede legale a Hong Kong», secondo la ricostruzione del Corriere della Sera che riporta la notizia nell’edizione dell’8 novembre; «gli imprenditori acquistano dal comune di Dafeng 133 ettari di terreno iniziando a costruire» e a investire «60 milioni di euro». E quando i capannoni sorgono, arriva il fulmine a ciel sereno: c’è qualcun altro che sta edificando sui loro lotti; che cosa? Un impianto di desalinizzazione dell’acqua. Gli imprenditori scoprono così che quei terreni erano stati già venduti nel momento del loro acquisto. C’è da mettersi le mani nei capelli.

Le reazioni

Innanzitutto c’è da precisare che non risultano imprenditori apuani rimasti invischiati nella trappola cinese, assicura Fabrizio Santucci, amministratore della Santucci Group, e capogruppo per il lapideo di Confindustria Toscana Centro e Costa Firenze -Livorno -Massa-Carrara. Non solo. Secondo quanto raccolto, gli imprenditori apuani ignoravano persino l’esistenza del maxi progetto della Città cinese della Pietra. Di esso ma anche del raggiro, se tale è stato «ho letto stamani (ieri, per chi legge, ndr) sul Corriere della sera – conferma Eric Lucchetti, titolare della Vennai – Non ne sapevo nulla» e in loco non ci sarebbero stati neppure tentati “abboccamenti”.

Con i piedi di piombo

«La Cina è una realtà veramente importante – aggiunge Lucchetti – sia per il mercato che per la produzione». Chi va là, ha sicuramente dei benefici: «In Cina è sufficiente che tu investa per avere dal governo sgravi sull’imposizione fiscale – valuta Lucchetti – I costi per la manodopera e l’energia sono bassissimi, non parliamo dei vantaggi sui noli. E hanno rese estremamente vantaggiose: basti pensare che sono riusciti a copiare, loro che da sempre copiano tutto risparmiando sugli sforzi e gli investimenti per la ricerca, la modalità di taglio dei pannelli fotovoltaici, tant’è che adesso tagliano il marmo con fili spessi come un filo da pesca e ciò garantisce rese esponenziali». È sufficiente tutto ciò per farsi ammagliare? «Andare in Cina assicura, senza dubbio, dei benefici – conclude Lucchetti – però bisogna anche poi vedere come strutturare il tutto. .».

«No grazie»

Passiamo al punto di vista di un altro imprenditore, con cave e azienda sul versante massese: Marco De Angelis, già presidente nazionale di Confindustria Marmomacchine per due mandati, oggi membro del consiglio di essa oltreché dell’assise della Confindustria di Firenze-Livorno-Massa-Carrara, che ha – per altro – vissuto e lavorato anni ad Hong Kong. Vediamo dunque che cosa ne pensa del trend degli imprenditori del lapideo che vanno ad investire in Cina: «È un fenomeno da tenere sotto controllo – osserva De Angelis – ed è difficile capire quale sia la giusta risposta ad esso: noi cerchiamo di tutelare il Made in Italy. L’impostazione della Regione e degli enti locali è l’inverso, ovvero, mantenere le lavorazioni in loco. Certo, quello non era un progetto folle: la Cina offre costi di lavoro molto più bassi e se sei lì, sei in grande mercato». «Io, però, dico: “lasciateci lavorare meglio il nostro materiale in loco». E con “meglio” De Angelis ha detto tutto. Insomma la Cina sarà anche vicina ma per gli imprenditori apuani del marmo può restare dov’è.
 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Tragedia in Versilia

Il caso choc

Camaiore, uccide a colpi di fucile la moglie e il figlio di 24 anni: «Mi sono liberato di loro» – Video

di Gabriele Buffoni

Video

Duplice omicidio in Versilia: la testimonianza di una vicina di casa