Il Tirreno

l'intervista

"A Colonnata si sente la montagna stridere"

Melania Carnevali
Monte Bettogli
Monte Bettogli

Fabrizio Molignoni e Riccarda Bezzi del Cai fanno il punto sulle Alpi Apuane: "Il 3-5% delle nostre miniere sono causa del 70% dei danni ambientali"

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MASSA-CARRARA. «A Colonnata ogni tanto si sente il rumore della montagna che stride. Gli abitanti la chiamano la montagna che piange. Ma non è un aspetto romantico. È il segno di un pericolo. È come il ghiacciaio, quando cambia il tempo. Il seracco scricchiola e si muove. E lo stesso fa la montagna con le cave». Fabrizio Molignoni, coordinatore della tutela ambiente montano del Cai di Carrara, è anche uno dei più avventurieri alpinisti del territorio. È appena tornato da un’escursione nella cima più alta dell’Iran e del Medioriente, il Damavand, vulcano inattivo che svetta a oltre 5600 metri. Nel 2013 è stato team-leader della spedizione dei “liguri Apuani Manaslu 2013” al monte Manaslu nell’Himalaya nepalese e oggi porta in giro i piccoli alpinisti per le Alpi Apuane. La montagna la conosce dal “di dentro”, nei suoi angoli intimi, nella sua poesia segreta. E quando parla delle sue montagne, le Apuane, lo fa come se stesse parlando di un figlio sbandato, che ha potenziali da vendere ma non li usa. Anzi: li distrugge, sprezzante di sé. «Chi ama la montagna è come chi ama il mare - spiega - se non mi consenti di andare in montagna, di camminare nei sentieri, nella natura, è come togliere l’acqua a chi vuole andare in barca a vela».

E i numeri dell’escavazione parlano da soli. In dieci anni, dal 2001 al 2011 sono stati tolte, rimossi per sempre, oltre 48,5 milioni di tonnellate di montagna, tra blocchi di marmo e scaglie, di cui la maggior parte, quasi 43,5 milioni, proprio scaglie, quelle che poi vengono polverizzate per diventare carbonato di calcio. A metterle insieme, tutte quelle tonnellate, viene fuori una montagna intera, o forse anche due. «Ma non è solo una questione estetica», incalza Riccarda Bezzi, rappresentante regionale del Cai e unica figura ambientalista nel consiglio direttivo del Parco delle Alpi Apuane. Una che conosce vita, morte e miracoli delle cave piazzate dentro il geoparco Unesco. «Quando si parla di cave - dice - si parla anche di sicurezza. La cava in galleria, ad esempio, è quanto di più pericoloso si conosca».

Li incontriamo entrambi a una decina di giorni dalla frana in cava a Colonnata, che è costata la vita a Federico Benedetti e Roberto Ricci Antonioli. E parliamo di sicurezza, di ambiente, di turismo, di questa terra bella e maledetta, dove la ricchezza è condanna, dove i monti continuano a macchiarsi di sangue. Dai martiri della guerra ai martiri del lavoro. «Questa - spiega Molignoni - è un’attività pericolosa in sé: puoi rispettare le norme di sicurezza, mettere l’elmetto da lavoro, ma il costone che si stacca non si può prevedere».

Poi c’è tutto l’aspetto ambientale, «di un posto unico al mondo - continua Molignoni - Un’analogia si trova solo in Patagonia». Qui ci sono mare e montagna a distanza di 7 chilometri. C’è il sistema carsico più bello d’Italia con 4 dei 6 abissi più profondi del Paese, di cui il primo sotto la Tambura, nello stesso punto in cui un progetto faraonico voleva realizzarci un tunnel. E infine ci sono 3000 endemismi su 5560 che esistono in tutta Italia. «E poi - chiarisce l’alpinista - esistono le Alpi Apuane in sé: ci sarà un motivo per cui si chiamano Alpi nonostante siano nel Subappennino toscano».

In questa zona paradisiaca, unica nel mondo, paradosso dei paradossi, è piazzato il più grande distretto minerario di marmo al mondo. Gli affari del marmo, qui, si sono portati via per sempre vette come il passo della Focolaccia, cresta a quota di 1685 metri sul confine tra Massa e Minucciano abbassata di oltre 50 metri. O come Piastra Marina, Corchia, Minucciano, Padulello: tutte aree distrutte. «Ci sono emergenze ambientali - fa sapere Riccarda Bezzi – man mano che si va in quota. Ci sono attività estrattive sopra i 1.200 metri che sono state permesse da anni e nonostante il divieto di nuove apertura voluto dal piano paesaggistico, si va a naturale scadenza e continuano a scavare».

Secondo il Cai il 3/5% del sistema economico legato all’escavazione del marmo è responsabile del 70% del disastro ambientale nelle Alpi Apuane. «Basti pensare alle cave nel Sagro - commenta l’alpinista - O il pizzo d'Uccello che è una delle montagne più belle di tutta Italia dove vengono alpinisti anche dall’estero per vederla, per scalarla. O ancora il Bettogli e il Serrone, un monte elegante, perché è un cuspide piramidale». Per non parlare dei sentieri: anche quelli distrutti. «Quando erano piccoli i miei genitori - racconta ancora Molignoni - andavano a piedi al passo della Focolaccia. Poi hanno dovuto spostarlo sempre più in basso, verso il mare e disegnarlo che va prendere la cresta a 150 metri oltre il passo». Il Bivacco Aronte, il presidio alpinistico sotto la Focolaccia, primo rifugio costruito nelle Apuane nel 1915, adesso è circondato da cave. «Paradossalmente - dice la Bezzi - rientra nei mappali di una zona classificata come industriale». «Un posto come questo - continua Molignoni- se non avesse il marmo, avrebbe sviluppato un business nel turismo incredibile».

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E allora cosa serve? «Un cambio culturale», dice Molignoni. E cosa è un “cambio culturale”? «Posso dire cosa non è - dice - Non è pensare di costruire un tunnel nella grotta più profonda d’Italia (progetto del traforo della Tambura, ndr). Perché se un politico ragiona ancora così nel 2013 e nel 2016, non solo è deludente ma è arretratezza culturale».
 

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