Caterina e l’abbraccio del paese dopo la chiusura del bar: «Quella lettera vale più di tutto, ma vi dico com’è andata quella sera...»
Lucca, parla la titolare del Bar Cendora dopo le 235 firme dei cittadini: «Quello che vorrei passasse è che la “borgata” non è un posto da abbandonare, al contrario è un posto bello e abitabile se ci si dà tutti un po’ da fare»
LUCCA. «La cosa che mi ha colpito di più? Che così tante persone abbiano sentito il bisogno di scrivere una lettera per difendermi. Non succede tutti i giorni». È emozionata Caterina Biagini quando parla delle 235 firme raccolte dai cittadini di Sesto di Moriano e Ponte a Moriano per chiedere al questore Edgardo Giobbi di riconsiderare la chiusura di 20 giorni del Bar Cendora, storico locale affacciato sul Serchio. Una mobilitazione spontanea e inusuale, nata dopo il provvedimento con cui la questura ha disposto la sospensione dell'attività ritenendo il locale abituale punto di ritrovo di persone considerate pericolose per l'ordine e la sicurezza pubblica. Per Biagini, però, quella lettera rappresenta molto più di una presa di posizione.
«Commossa»
È il riconoscimento di quindici anni trascorsi dietro il bancone a costruire rapporti umani prima ancora che a servire caffè. «Sono stati meravigliosi – racconta –. La lettera è scritta benissimo. Non è accusatoria nei confronti di nessuno, non pretende nulla. Chiede soltanto, se possibile, di fare una riflessione. E poi dice una cosa fondamentale: “Non lasciate sola Caterina”. È questo che mi ha commosso davvero».
Dentro questa vicenda, però, c’è anche il racconto di cosa significhi oggi gestire un locale aperto al pubblico quando si ha a che fare con clienti ubriachi o molesti. Una realtà che, spiega la titolare, è molto meno semplice di quanto possa sembrare. «Nel mio bar c’è sempre stata inclusione. Sono sempre entrati italiani, albanesi, rumeni, peruviani, polacchi. Chiunque. Perché è un bar di paese e un bar di paese deve accogliere tutti e qui tutti tutti sono benvenuti». Questo, precisa, non significa tollerare comportamenti violenti. «Quando qualcuno esagera glielo dico chiaramente. E se arriva ubriaco non gli servo da bere. Normalmente le persone capiscono e se ne vanno».
Il racconto e il video
Quando non succede, capita quello che un video, diventato virale sui social, ha immortalato nella notte del 22 luglio, mentre il locale stava chiudendo. «Era intorno a mezzanotte – racconta – Avevo abbassato la saracinesca e stavo pulendo. Tre persone hanno iniziato a battere alla porta chiedendo da bere. Ho risposto che il bar era chiuso e di tornare a casa. A quel punto hanno iniziato a spaccare tutto. Hanno rovesciato i bidoni per strada, il biliardino, danneggiato tavoli e sedie. Io ero terrorizzata: ho chiamato il numero di emergenza e poco dopo sono arrivati carabinieri e polizia ma quei tre soggetti erano già spariti». La mattina successiva la titolare si è recata dai carabinieri per presentare denuncia. Ben prima che, una decina di giorni dopo, il video finisse sul web e alimentasse altre polemiche. «Tutti ti dicono: chiama la polizia, fai denuncia. Ed è quello che ho fatto. Alla fine, però, ti ritrovi con il locale chiuso. È questo il punto che mi fa riflettere».
«Comprensione»
Una riflessione che, tiene a precisare, non vuole trasformarsi in una polemica nei confronti della Questura. «Io capisco perfettamente le ragioni del questore. Da mesi queste persone creano problemi, purtroppo ci sono stati più episodi. Lui ha il dovere di garantire la sicurezza, non sto dicendo che abbia torto». Quello che Biagini chiede è piuttosto di comprendere anche la posizione di chi si trova da sola ad affrontare situazioni potenzialmente pericolose.
«Una sera uno dei soliti tre soggetti, stava litigando con la compagna e mi ha preso perfino per il collo. Altre volte hanno fatto casino fuori dal bar, nel parcheggio, sul ponte, per strada. Ora, se qualcuno lancia bottiglie o distrugge tutto, la polizia bisogna chiamarla. Ma se chi chiede aiuto rischia poi di subirne le conseguenze, è normale che un gestore si domandi quale sia la cosa giusta da fare».
La lettera
Parole che si intrecciano con quelle contenute nella lettera dei cittadini. Nella richiesta inviata al questore, infatti, gli abitanti ricordano che Caterina gestisce il locale da sola e che proprio per essersi rifiutata di servire clienti ubriachi ha subito danneggiamenti e minacce. Per questo, scrivono, il suo comportamento non può essere interpretato come tolleranza, ma come il tentativo di proteggere la propria incolumità.
Nella stessa lettera il Bar Cendora viene descritto come un autentico presidio sociale. Un luogo dove si aiuta un anziano a prenotare una visita online, si va a ritirare una medicina per chi non può uscire, si offre un bicchiere d’acqua o un riparo dal caldo. Un bar che, secondo i firmatari, rappresenta un punto di riferimento ancora più importante dopo l’isolamento causato dalla chiusura del ponte.
È anche per questo che Caterina continua a guardare oltre questi venti giorni di stop. «Quello che vorrei passasse – conclude – è che la “borgata” non è un posto da abbandonare, al contrario è un posto bello e abitabile se ci si dà tutti un po’ da fare. Questa lettera non difende soltanto me. Difende un modo di vivere la comunità».
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