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Lucca

Il caso

Lucca, delitto in cartiera: la disperazione della vedova quando in aula entra l’omicida

di Luca Tronchetti
Da sinistra l’avvocato Francesco Vetere e Marjan Pepa
Da sinistra l’avvocato Francesco Vetere e Marjan Pepa

Quell’uomo si era invaghito di lei inviandole sms espliciti. Intanto, un autotrasportatore si rende utile e indica ai carabinieri il luogo dove l’imputato fa le prove con il fucile

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LUCCA. Quando Marjan Pepa, 52 anni, l’albanese reo confesso dell’omicidio di Artan Kaja – coetaneo e connazionale, titolare della ditta di trasporti “Tony Service”, avvenuto la sera del 7 gennaio 2025 nel piazzale della multinazionale del settore imballaggi Smurfit Kappa a Lunata – entra in aula, Aurora, la vedova dell’imprenditore, scoppia in lacrime. Non vede il “carnefice” di suo marito da oltre un anno e mezzo e trovarselo davanti le provoca un forte choc. Viene accompagnata fuori dall’aula di Corte d’Assise per riprendersi dal grave turbamento. Riavutasi assiste attenta a ogni deposizione del dibattimento. Perché tra le possibili spiegazioni del delitto c’è quella legata a un’ossessione. Pepa si era invaghito di Aurora Kaja. Al punto tale da rivolgersi a lei con frasi esplicite e a mandarle messaggi molesti che l’avevano indotta, assieme al coniuge, ad avvertire i vertici aziendali per denunciare il suo disagio a fronte di quel tentativo d’approccio insistente e fastidioso.

E da lì a poco – dopo un furibondo litigio sul piazzale della cartiera tra “Tony” e Pepa che nell’agosto 2024 erano venuti alle mani – la decisione presa da Artan Kaja di troncare ogni rapporto con l’autotrasportatore oggi accusato di omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione. Pepa si era licenziato dalla ditta “Agostini” che spesso scaricava la merce alla Smurfit Kappa (parte civile nel procedimento attraverso l’avvocato Marco Treggi) per andare a lavorare in una ditta di imbianchini da due fratelli connazionali. Durante l’udienza – durata quasi cinque ore e che riprenderà il 7 ottobre – l’autore del delitto, seduto accanto al suo legale Francesco Vetere, rimane silente scuotendo il capo nel corso delle varie deposizioni.

Indagine partita in ritardo

Quarantotto ore di ritardo per dare il via alle indagini pesano in un’inchiesta per omicidio volontario. Eppure dalla sera del 7, quando è stato trovato dalla moglie Aurora il corpo senza vita dell’imprenditore Artan Kaja, alla mattina del 9 gennaio, quando dal semplice esame esterno del cadavere effettuato dal medico legale è emerso che Artan Kaja era stato attinto da un colpo di fucile calibro 20 alla testa sparato a distanza ravvicinata, nessuno aveva avanzato l’ipotesi omicidiaria. Inizialmente il decesso aveva assunto i contorni di una morte sul lavoro o di un episodio del tutto accidentale legato alla caduta da un macchinario o dai pancali. In quella serata di pioggia e in quella zona priva di punti luce, il cadavere dell’imprenditore venne trasferito all’obitorio. La mattina alle 8,30 alla caserma di Cortile degli Svizzeri si presenta un albanese: è Marjan Pepa. Parla con il piantone e poi con il capitano Claudio Ceccarelli, comandante del nucleo investigativo dei carabinieri.

Ripete pedissequamente la stessa frase, come un disco rotto: «Di quello che è successo ieri a Lunata sono io il responsabile». Poi smette. Non reagisce alle domande dei carabinieri e accusa un malore tanto da venir condotto in ambulanza al pronto soccorso del San Luca. Gli viene diagnosticato uno stato d’ansia e dalle analisi non risulta aver fatto uso di sostanze alcoliche o stupefacenti. Alle 14,30 viene ricondotto in caserma e affiancato da un interprete per cercare di metterlo a suo agio. Lui prosegue nella sua narrazione ermetica «quello che volevo fare l’ho fatto» eccezion fatta per qualche vaga divagazione su “tensioni all’interno della famiglia e con la moglie di Artan Kaja”. In quelle 48 ore nessun attività investigativa – nemmeno il test dello stub che rileva microscopiche tracce di polvere da sparo sulle mani o sui vestiti – viene esperita. Si arriva alla tarda mattinata del 9 gennaio quando dall’esito dell’esame necroscopico emerge chiaro il quadro omicidiale.

Fucile e telefonino

Mancano entrambi all’appello. Mai trovati. L’ipotesi che si fa strada è che qualcuno li abbia fatti sparire e quindi sia complice dell’omicida. Anche se, visto il lasso di tempo intercorso tra il delitto e la presentazione in caserma, potrebbe essere stato lo stesso autore a far sparire cellulare e arma. I carabinieri, attraverso le telecamere e le celle telefoniche agganciate con il numero di cellulare dell’autotrasportatore accusato di omicidio, scoprono che alle 15,39 del 7 gennaio Pepa si trova al bar Eurocaffetteria di Capannori assieme ai due fratelli albanesi suoi datori di lavoro. Rimane lì sino alle 17.10. Poi alle 17,38 è alla guida di una delle due vetture in dotazione all’azienda di imbianchini dei due fratelli albanesi: una Renault Kangoo bianca e alle 18.04 l’ultima localizzazione indica il furgoncino in via del Tanaro nella zona di Picciorana a un chilometro dalla Smurfit Kappa. Poi il segnale si interrompe.

Ora del delitto

È indicata tra le 18,05 e le 19 quando la moglie trova l’imprenditore esanime nel piazzale della cartiera. Vengono effettuate perquisizioni sulle due auto (Kangoo e Fiat Bravo) in dotazione ai fratelli albanesi imbianchini entrambi escussi. Viene perquisita anche la casa di Pepa, disposte intercettazioni ambientali anche in carcere. Ma non emergono elementi utile ai fini investigativi.

La telefonata

È Altin Vrapi, un conoscente di Pepa anche lui autotrasportatore, che telefona ai carabinieri e li mette sulla strada giusta. Sostiene che, prima del compimento dell’omicidio, il connazionale dopo aver ottenuto da un amico campano residente in Valdinievole, anche lui interrogato, le munizioni e forse l’arma utilizzata – un fucile calibro 20 con canne mozzate – ha effettuato una prova all’esterno di una ditta non troppo distante dalla cartiera di Lunata sparando contro il rimorchio di un Tir dismesso. I militari vanno a controllare e riscontrano fori nel mezzo compatibili con un fucile calibro 20. E dalla perquisizione in un rudere, dove l’amico campano di Pepa, tiene degli animali da cortile, vengono sequestrate cartucce calibro 20. Del fucile nessuna traccia. 

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