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Il caso

Lucca, il mistero di Paula: un ex frate indagato, gli scavi vicino al monastero e la lettera che ha riaperto tutto

di Luca Tronchetti

	Gli scavi e la donna scomparsa 14 anni fa
Gli scavi e la donna scomparsa 14 anni fa

Ecco i protagonisti del “noir mistico” difficile da risolvere a 14 anni di distanza dai fatti

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LUCCA. Gli ingredienti per un noir mistico in salsa lucchese nello stile de “Il nome della rosa”, il capolavoro di Umberto Eco, ci sono tutti: un antico monastero di clausura con oltre nove secoli di vita immerso nel verde delle colline di Farneta, una ventina di frati certosini dalla tonaca bianca dediti al silenzio e alla meditazione, una giovane madre di origini colombiane scomparsa nel nulla nel giorno di Ognissanti di 14 anni fa sposata con un connazionale – un ex confratello barbuto – che all’epoca e anche oggi presta la sua opera esclusivamente per il convento facendo ogni e qualsivoglia genere di lavori: dal cuoco all’artigiano, dall’agricoltore sino al manutentore dei luoghi di riposo eterno per chi vive all’interno di quel microcosmo. Lui è il sospettato principale di questa scomparsa e oggi è iscritto nel registro degli indagati con un’accusa pesante: omicidio volontario e occultamento di cadavere.

Lo stato dell’arte

Per due giorni – lunedì 25 e martedì 26 maggio – ruspe, escavatori e bulldozer sono entrati in azione in località Formentale vicino alla Certosa e alla casa colonica dove viveva la coppia di colombiani e dove adesso Samuel Laverde Guarin, 47 anni, l’ex frate che lasciò il saio, abita con la compagna polacca e con i figli (uno avuto con la donna dell’Est). Ricerche che si sono estese anche a una grotta nelle vicinanze, ma che non hanno dato gli esiti sperati. Dei resti della vittima, Paula Andrea Brain Yépez, 34 anni all’epoca della scomparsa, nessuna traccia. Per questo motivo le indagini sono state momentaneamente sospese. Il sostituto procuratore Enrico Corucci assieme alla squadra Mobile, diretta dal vice questore Rossana di Lauro, e ai vigili del fuoco che hanno operato in questi giorni stanno incrociando i dati raccolti per provare a dare una svolta a un enigma che si trascina dal novembre 2012. Un’impresa titanica. Vuoi per il troppo tempo trascorso, vuoi per quel senso di profonda diffidenza e paura mista a reticenza anche da parte di chi vive in quei luoghi e in quelle terre di proprietà esclusiva dei monaci, vuoi perché la lettera firmata di un’abitante della zona – che ha fatto riaprire l’inchiesta – non individua precisamente il luogo dove si celerebbero le spoglie della sventurata Paula.

La denuncia della madre

A denunciarne la scomparsa ad alcuni mesi di distanza fu il marito Samuel. L’ex frate il 28 novembre si recò alla polizia sostenendo la tesi dell’allontanamento volontario della moglie. «Mi ha lasciato perché non mi ama più – le sue parole dell’epoca –. Pur vivendo nella stessa casa non convivevamo. Mi ha chiesto di accompagnarla alla stazione degli autobus per andare in una città vicina. E mi ha chiamato due giorni dopo dicendomi che non sarebbe tornata e lasciandomi il bambino». Una versione a cui non ha mai creduto la madre della donna scomparsa: Rosalba, 64 anni, residente nel blocco K del quartiere Los Cerezos. Che aveva presentato una denuncia alle autorità colombiane poi trasmessa in Italia tramite l’Interpool e che nei giorni scorsa è tornata negli uffici della Procura generale della Colombia di Crespo. Lei a quella versione dei fatti non aveva mai creduto e nemmeno il pm dell’epoca – che poi è lo stesso che in questi giorni ha riaperto l’inchiesta – tanto che aveva svolto un’indagine, con tanto di scavi vicino alla casa della coppia (in zona diversa rispetto a quella in cui a inizio settimana sono entrate di nuovo in azione le ruspe) e di perquisizione domiciliare (unica anomalia riscontrata qualche immagine profana con rappresentazioni decisamente blasfeme e prive di carattere religioso come ci si può attendere da un ex Certosino). Ma alla fine il magistrato era stato costretto ad archiviare dopo aver chiesto al gip di mettere sotto controllo il cellulare di Samuel. Richiesta rigettata dal giudice perché dalle indagini non erano emersi elementi che potessero ricondurre al colombiano, vuoi per la testimonianza dei alcuni frati che avevano incensato l’ex confratello ritenendolo un elemento indispensabile per la comunità religiosa e non in grado di fare del male agli altri. Per Rosalba Yepez troppe le anomalie: «Il marito mi disse che non la vedeva da 12 giorni perché lo aveva lasciato, ma ha detto alle autorità che era scomparsa il primo novembre. Chi può garantirmi che lui l’abbia davvero accompagnata a quella stazione? Il tempo passa, e ancora nessuna notizia di mia figlia».

L’indagato e la vittima

Samuel Laverde Guarin – indagato per omicidio e occultamento di cadavere e difeso dall’avvocato Mastria – in questo momento è chiuso a riccio. Appare spaventato del clamore mediatico attorno alla vicenda. La coppia si era conosciuta a Monteria per lavoro e aveva iniziato una relazione culminata qualche tempo con il matrimonio a Medellin. Poco dopo Samuel si era trasferito a Lucca trovando lavoro da quei monaci della Certosa che aveva conosciuto nel periodo in cui aveva indosso il saio. Un anno prima la coppia aveva avuto un figlio. Paula – che prima della scomparsa era tornata a trovare la madre in Colombia cinque volte – era nata a Bello, ma si era trasferita da bambina a Cartagena, lavorando lì sino all’età di 22 anni. Vendeva apparecchi elettronici e, durante i suoi viaggi in città caraibiche, incontrò l’ex frate che sarebbe poi diventato suo marito. Lo stesso che oggi è sospettato della sua morte. 

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