Il Tirreno

Lucca

La storia

Altopascio, infermiera lo tiene al telefono fino all’arrivo dei soccorsi e gli salva la vita

di Valentina Landucci

	La centrale operativa dell’Emergenza Urgenza
La centrale operativa dell’Emergenza Urgenza

Il racconto dell'operatrice: «Gli parlavo, cercavo empatia perché si fidasse di me. È un lavoro difficile, non sempre le cose vanno bene, ma quando riesce la soddisfazione è immensa»

4 MINUTI DI LETTURA





ALTOPASCIO. Ci sono storie che restituiscono il senso vero, più profondo, dell’incontro tra persone. Storie in cui entra in gioco il significato autentico della professionalità, in grado di cambiare il finale di situazioni potenzialmente tragiche solo quando – ma in fondo dovrebbe essere sempre così – cammina insieme all’umanità. Che è passione. Che è «amore», per utilizzare la parola scelta da una delle protagoniste di questa storia. «Non sempre quello che facciamo riesce – aggiunge – ma quando riesce è una gioia immensa».

Dunque succede che giovedì sera il telefono squilla, come fa di continuo, nella sala degli operatori che rispondono al numero per le emergenze 112. E ad alzare la cornetta è una infermiera, una delle 43 persone dell’area Emergenza Urgenza dell’Asl Toscana Nord Ovest che tutti i giorni e tutte le notti riceve richieste di aiuto delle più disparate dalle persone.

Al telefono, dall’altra parte una donna disperata che chiama dalla zona di Altopascio: il figlio, quarantenne con problemi di salute, è uscito di casa turbato, molto agitato, non sa dove si trova, non risponde al telefono. Teme il peggio.

Per questi casi, per tutti i casi, c’è un protocollo, ci sono le nozioni tecniche su cosa fare e come. Ma la voce di una madre preoccupata, qui e ora, non la si gestisce solo con la teoria. Bisogna trovare quell’uomo, pensa l’infermiera.

«Il 112 riesce a localizzare il numero di chi chiama – spiega l’infermiera – ma avevamo bisogno di rintracciare il figlio e la donna non sapeva dove fosse così ho chiamato la polizia perché potessero rintracciare la cella telefonica alla quale era collegato il telefono dell’uomo, contattarlo e raggiungerlo». Il paziente però non era n grado di spiegare neppure agli agenti dove si trovasse per inviare i soccorsi. Ed era in pericolo, per la situazione e per quello che avrebbe potuto decidere di fare.

«La fortuna ha voluto che proprio lui abbia richiamato il 112 – continua il racconto dell’infermiera – Ho preso a chiamata, siamo riusciti a localizzare il cellulare e abbiamo fatto partire i soccorsi». A quel punto il problema è diventato un altro: non perdere il contatto. «La difficoltà era tenerlo al telefono, cercare di tranquillizzarlo perché l’ambulanza con il medico potesse trovarlo anche dando un segnale banale ai soccorritori: accendere i fari o aprire lo sportello dell’auto. Siamo rimasti al telefono, abbiamo parlato: ho cercato di portare la conversazione su un piano empatico per farlo stare tranquillo mentre una mia collega guidava l’ambulanza per raggiungerlo. L’ho sentito molto agitato, confuso: quello che ho cercato di fare è evitare che interrompesse la chiamata e gli ho parlato perché si creasse un rapporto, si fidasse di me. Poi ho sentito dal suo cellulare la voce del medico: erano arrivati, lo avevano trovato».

La conversazione con l’uomo – ormai in buone mani – a quel punto si è interrotta. Ma non la “cura” dell’infermiera nei confronti delle persone coinvolte in questa vicenda. «Ho richiamato la madre di quest’uomo per dirle che suo figlio era con i sanitari».

Dunque il sollievo, la gioia. E la consapevolezza che non sempre le cose vanno bene. «È un lavoro difficile ma quando riesce dà una soddisfazione immensa». Per l’infermiera non è stata certo la prima situazione complicata da gestire. «Ne sono accadute, ne accadono, tutti i giorni e non sempre è possibile entrare in empatia – racconta ancora – cerco sempre, come fanno tutti i colleghi qui, di immedesimarmi nell’altro: tutti cerchiamo di portare a casa il risultato». Cioè salvare la vita delle persone.

Per farlo chi lavora nell’emergenza urgenza, ma in generale nella sanità, non ha molta scelta: «Quando entriamo in questo stanzone dobbiamo lasciare fuori tutte le questioni personali – spiega – e quando ne usciamo dobbiamo cercare di lasciare lì dentro le gioie e i dolori del nostro lavoro. Non è facile ma è quello che fanno tutti coloro che lavorano nella sanità: è l’amore per questo lavoro che ce lo fa fare, chi sceglie di fare l’infermiere ha deciso di dedicare il suo tempo al servizio dell’altro».
 

In evidenza

L'evento

Carnevale di Viareggio 2026, secondo corso bagnato: i carri sfilano sotto la pioggia

Speciale Scuola 2030
«Non si può morire a scuola»: dal mito del più forte alla solitudine, quali sono i fattori che alimentano la violenza giovanile
Giovani e violenza

«Non si può morire a scuola»: dal mito del più forte alla solitudine, quali sono i fattori che alimentano la violenza giovanile

di Niccolò Anastasia (*)