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l’impresa 

Dal campo base dell’Everest Lanfri mette a segno il primato da Guinness

Michele Masotti
Dal campo base dell’Everest Lanfri mette a segno il primato da Guinness

L’atleta paralimpico, in soli 9 minuti e 48 secondi, ha corso per un miglio nel punto più alto del mondo

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LUCCA. Prosegue, rispettando a pieno la tabella di marcia, la spedizione di Andrea Lanfri in Nepal che avrà l'obiettivo di scalare, a partire da metà maggio, l'Everest. In attesa di approcciarsi alla vetta più alta del mondo, l'alpinista di Pieve di Compito, arrivato due giorni fa al campo base, a quota 5.463 metri, ha trovato modo di entrare nel Guinness dei primati.

Il 36enne capannorese atleta paralimpico ha percorso in 9 minuti e 48 secondi il miglio di corsa più alto del mondo. Un'impresa partita dal villaggio di Gorakshep e dipanatasi su un terreno irregolare e disomogeneo.

Il limite temporale fissato dagli organizzatori sarebbe dovuto essere inferiore ai 10minuti, purché il tentativo venisse svolto a un'altitudine superiore ai 5.000 metri.

«È stata una preparazione laboriosa in virtù delle condizioni del terreno – dice Ilaria Cariello, fotografa al seguito di Lanfri–. Andrea è partito nella sua corsa sotto lo sguardo nostro e di suo padre, degli abitanti di Gorakshep e di qualche cane e yak (bovino tibetano, ndr) che si sono uniti a Lanfri nella corsa. Nel viaggio per arrivare al campo base, comunque, non abbiamo incontrato particolari difficoltà dato che Bibek e Ramesh, le nostre guide, erano ben preparate».

La roadmap di Lanfri prevede qualche giorno di riposo per abituare l’organismo all'alta quota, per poi iniziare un percorso di acclimatamento sul Lobuche, monte di 6.000 metri, con l'amico Luca Montanari, in attesa della finestra giusta per tentare l'attacco alla vetta dell'Everest. In Nepal l'alpinismo ha quasi la stessa valenza di una religione. In tante persone del luogo stanno guardando con simpatia e ammirazione all'impresa di Lanfri. «Luca e Andrea hanno ricevuto la benedizione del Lama (guida spirituale di un monastero, ndr) di Tengboche per affrontare l'ascesa all'Everest – ricorda Ilaria Cariello –. I nepalesi sono persone sempre allegre e pronte ad aiutare se ci fosse bisogno. Durante il trekking abbiamo notato che si erano messi a costruire e sistemare sentieri per conto loro. Per i nepalesi l'Everest è la montagna a cui dobbiamo prima chiedere il perdono, poi il permesso e infine la protezione».

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