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Lucca

L'Accademia ricorda Italo Meschi

Italo Meschi
Italo Meschi

Barbone e chitarpa, fu uno spirito libero

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 LUCCA. Hippy ante litteram, pacifista, naturista, ambientalista, anarchico. Ma soprattutto cantore e musicista, tra i più grandi cultori della tradizione popolare lucchese. Non bastano nemmeno queste pur numerose definizioni per descrivere Italo Meschi, uno dei personaggi più interessanti e originali della Lucca contemporanea. Nato nel 1887 e morto nel 1957, Meschi viene ricordato oggi dall'Accademia lucchese di scienze, lettere e arti con diverse iniziative, in programma a partire dalle 17 alla biblioteca statale di via S. Maria Corteorlandini: una conferenza-concerto, una mostra e la presentazione di due libri. Il primo, edito dalla stessa Accademia e curato dalla casa editrice Maria Pacini Fazzi, offre un ritratto completo di Meschi. L'altro volume, edito dalla stessa Pacini Fazzi, è una raccolta di ricette vegetariane inventate da Meschi e curate da Tista Meschi, noto pittore lucchese, cugino di Italo.  Barbone e chitarpa - strano strumento metà chitarra e metà arpa da lui creato - Meschi fu veramente uno spirito libero e anticonformista. A più riprese abitò in cima al torrione della porta di San Gervasio, in centro storico. Là si rifugiò negli ultimi anni della sua vita, solo e malato, dopo una vita avventurosa, in giro per il mondo.  «Costruì la sua vastissima cultura da sé - scrive il cugino Tista Meschi - studiando tutto quello che poteva essere utile alla crescita di una società libera e giusta».  Fece tanti mestieri e nel 1913 andò via, in America, dove lavorò come operaio. Imparò a leggere la musica. Il suo sogno era suonare e cantare in giro per il mondo. S'imbarcò come fuochista sul Duca d'Aosta per pagarsi il viaggio di ritorno in Italia e da qui ripartire. E ripartì dall'Europa, dove le sue esibizioni alla chitarra, da lui modificata a suo piacimento, erano applauditissime. Nel 1936 tornò in America e anche là ebbe successo. Ma non soldi, perché chiedeva soltanto un obolo per campare. «Per lui - prosegue il cugino Tista - la musica doveva essere per tutti». Le sue idee libertarie, però, non piacquero ai politici e fu estradato in Italia come indesiderato. Rientrato a Lucca, scrisse poesie, fece concerti, musicò poesie di Pascoli e trascrisse canti e musiche popolari per la sua chitarpa. Per un certo periodo si ritirò in una casetta alla Cappella, in perfetta armonia con la natura e in solitudine, ad allevare quattro pecore, fare formaggi e marmellate. Poi, costretto dalla malattia, tornò sul torrione di San Gervasio. «Solo e povero - conclude il cugino -, ma mai dimenticato dalle persone che lo amavano». Morì il 15 ottobre 1957. P.T.

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