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«Questa sembra una grande famiglia»

dall’inviato
«Questa sembra una grande famiglia»

Tancredi: ho lavorato con Roma, Real e Inghilterra, qui mi rimetto in gioco

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ACQUI TERME. Ci sono persone che ascolti, altre che semplicemente ti parlano. Poi c'è qualcuno, abbastanza raro, che con estrema naturalezza riesce quasi a rapirti. E allora l'ascolto si trasforma in un piacere. Franco Tancredi è un libro sulla storia del calcio, di quelli che leggeresti tutti d'un fiato. Gli occhi celesti, profondi, modi gentili e il volto da brava persona.

Franco Tancredi, benvenuto a Livorno.

«Grazie, la chiamata di Panucci per fare il preparatore dei portieri del Livorno mi ha fatto molto piacere e non mi sono affatto pentito della scelta. Anzi. Qui siamo una bella famiglia, si respira aria positiva».

Stop, si fermi qua. Del Livorno parleremo dopo. Impossibile non partire dalla sua carriera da portiere.

«Mi sento un privilegiato, ho vestito maglie di grandi società, ho avuto l'onore di vincere lo scudetto nella mia città. Penso che per un calciatore non esista niente di più esaltante di questo».

Era la stagione 1982-83, la Roma di Liedholm in panchina, di Pruzzo, Ancelotti, Falcao. E di Tancredi in porta.

«Riportammo lo scudetto a Roma, con la nostra maglia, dopo 41 anni. Indimenticabile. Ma nel cuore mi tengo anche le 4 coppe Italia».

Nel cuore si tiene decisamente meno l'avventura con la nazionale.

«Hai ragione. Ecco, quello forse è il rimpianto più grande. Ai Mondiali del '96, in Messico, pensavo di essere il titolare, invece il ct Bearzot alla fine fece giocare Galli. Ci rimasi male. Ma non sono tipo che ha mai contestato le decisioni di un allenatore, magari non le condivido ma la rispetto. Con gli allenatori ho sempre avuto un buon rapporto, leale».

A parte che con Zeman...

«Quando arrivò lui, io passai al settore giovanile…».

Poi arriva Fabio Capello.

«È la persona alla quale devo di più. Mi ha portato con se alla Juventus, al Real Madrid, nella nazionale dell'Inghilterra. Ho vissuto storie di calcio indimenticabili».

Perché però ha detto no quando Capello la voleva nello staff della Russia?

«Perché nei 4 anni con l'Inghilterra, ho capito che ho bisogno del contatto quotidiano col campo. Con le nazionali alleni i portieri ogni tanto, brevi periodi, a volte avevo la sensazione di non poter incidere più di tanto. E questo per certi versi non mi completava».

Il club più affascinante dove ha lavorato?

«Roma è casa mia e chiaramente ha un fascino unico. Però al Real Madrid è stata un'avventura favolosa, loro sono davvero la società numero 1 al mondo».

Il portiere più forte che ha allenato?

«Senza dubbio Gigi Buffon. Credo sia stato il portiere più forte al mondo. Per qualità fisiche, per atteggiamento in campo e nello spogliatoio. Ma anche Casillas, del Real Madrid, è fantastico anche se ultimamente ha vissuto momenti difficili».

C'è un portiere sul quale avrebbe scommesso e che invece si è perso?

«Sì, si chiama Carlo Zotti, era nel settore giovanile della Roma».

Certo, era nella nidiata di Amelia, un'estate doveva anche arrivare a Livorno.

«Esatto. Lui è nato portiere, nelle giovanili chiunque avrebbe detto che era un predestinato e io immaginavo per lui una carriera super. Invece poi si è perso e mi è dispiaciuto perché aveva davvero grandi mezzi».

A proposito. Anche Amelia era stato tra i papabili per un ritorno a Livorno.

«L'ho allenato per diversi anni, ha fatto una bella carriera. Lo meritava. Adesso però mi sembra che abbia intrapreso una strada diversa rispetto a quella del campo».

Cosa sta succedendo a Bardi?

«Difficile da capire. Nell'under 21 è sempre una garanzia, nel campionato fatica ad emergere. Ma è giovane, dategli ancora un po' di tempo. Comunque Bardi fa parte di un gruppo di portieri italiani che stanno emergendo alla grande».

Ad esempio?

«Mi piacciono molto Sportiello, Perin, Leali, Cragno, ragazzi giovani ma di grande qualità. Forse stiamo finalmente tornando a puntare sui portieri italiani, che sono quasi sempre migliori rispetto agli stranieri».

Che impressione ha avuto di Luca Mazzoni.

«L'ho allenato solo per due giorni, si vede che è un buon portiere. Ma sapevo che non ci avrei lavorato, aveva dei problemi con la società».

Aspettiamo Pinsoglio…

«Un bel portiere. Anche se prima di dare un giudizio aspetto che ci sia la firma».

E questo Livorno? Che impressione le sta facendo?

«Lo dicevo prima, sono rimasto molto colpito dall’aria che si respira in questo gruppo. Sembra di essere in una grande famiglia. E mi piace anche la grande professionalità di chi lavora nello staff, in qualsiasi ruolo».

E Panucci?

«Ha una carica pazzesca, si lavora bene con lui. Lo ringrazierò sempre per avermi chiamato qui al Livorno».

Ci stiamo avviando verso la fine di luglio e ancora non c’è il portiere titolare. Non è un problema?

«La preparazione atletica di un portiere è diversa, casomai è importante avere un portiere per farlo entrare subito nei meccanismi di squadra».

Come si allena un portiere?

«Lavorando sul campo e sulla testa. E molto col videotape, perché adesso vai ad affrontare la partita e un portiere sa già tutto del suo avversario».

Lei il videotape se lo sognava...

«Ricordo che prima della finale di Coppa Campioni 1983-84, Roma-Liverpool, mi fecero vedere dei filmati dei giocatori del Liverpool, poca roba comunque».

E come andò?

«Oddio... Andammi ai rigori e non ne presi uno...».

Vuole diventare l’idolo degli ultrà della Curva Nord del Livorno?

«E come dovrei fare?»

Confermandoci che suo padre si chiamava Lenin...

«Ahaha, si è vero, si chiamava Lenin».(al.ber.)

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