Il Tirreno

Livorno

Toscana salute
Sanità

Mal di testa per un livornese su tre: «Disturbo da non sottovalutare» – Come riconoscere le varie forme di cefalea

di Martina Trivigno

	Gianluca Moscato è il primario della Neurologia di Livorno
Gianluca Moscato è il primario della Neurologia di Livorno

Il primario della Neurologia degli Spedali Riuniti, Gianluca Moscato: «Una diagnosi corretta è fondamentale per evitarne la cronicizzazione»

6 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. «Un livornese su tre soffre di mal di testa: non è un disturbo da sottovalutare». Seduto dietro la scrivania del suo ufficio al secondo piano del Padiglione 10, il primario della Neurologia dell’ospedale di Livorno, Gianluca Moscato, passa in rassegna i numeri. Oggi, il Centro Cefalee degli Spedali Riuniti segue circa 500 pazienti con l’obiettivo di arrivare il prima possibile a una diagnosi precisa e, di conseguenza, riuscire a fornire una terapia adeguata.

Dottor Moscato, diceva che un livornese su tre soffre di mal di testa. È davvero un problema così diffuso?

«Sì. Il mal di testa, o meglio la cefalea, è una delle patologie più frequenti al mondo. Si stima che circa un terzo della popolazione ne soffra e anche a Livorno possiamo immaginare numeri analoghi. È importante però chiarire un aspetto: la cefalea non è una malattia unica, ma comprende moltissime condizioni differenti. Cambiano le cause, i sintomi, la gravità e naturalmente anche le cure».

Quanto è importante questo problema dal punto di vista sanitario?

«Moltissimo. A livello mondiale la cefalea rappresenta la seconda malattia più frequente e una delle principali cause di disabilità. L’emicrania, in particolare, è tra le prime cause di perdita di qualità della vita nella fascia d’età compresa tra i 20 e i 50 anni, cioè negli anni della piena attività lavorativa e familiare. Per questo non dovrebbe mai essere banalizzata».

Qual è la prima distinzione che bisogna fare?

«Quella tra cefalee primarie e secondarie. Le cefalee primarie rappresentano circa l’80-85 per cento dei casi e comprendono l’emicrania, la cefalea tensiva e la cefalea a grappolo. In questi casi il mal di testa è la malattia stessa. Le cefalee secondarie, invece, rappresentano il restante 15-20 per cento e sono il sintomo di una patologia sottostante. Possono dipendere da problemi vascolari, infezioni, traumi cranici, tumori, dall’abuso o dalla sospensione improvvisa di alcuni farmaci e da numerose altre condizioni. È per questo che la diagnosi corretta è fondamentale».

Quali sono le forme più frequenti?

«Le più comuni sono la cefalea tensiva e l’emicrania. La cefalea tensiva è caratterizzata da un dolore generalmente lieve o moderato che può durare da poche ore fino a diversi giorni ed è spesso associata a tensioni muscolari, problemi posturali o cervicali. L’emicrania è invece una patologia molto più invalidante: il dolore è spesso pulsante, aumenta progressivamente ed è accompagnato da nausea, vomito, fastidio per la luce e per i rumori. Chi ha un attacco di emicrania è spesso costretto a interrompere tutto, a mettersi a letto e a cercare il buio e il silenzio».

Ci sono sintomi che devono far pensare subito al medico?

«Sì. In circa il 20 per cento dei casi l’emicrania è preceduta dalla cosiddetta aura, cioè disturbi neurologici transitori. Nella maggior parte dei casi si tratta di alterazioni della vista, come lampi luminosi, linee a zig-zag o restringimento del campo visivo. Più raramente possono comparire formicolii, vertigini o una temporanea riduzione della forza. Inoltre bisogna sempre rivolgersi al medico se il mal di testa compare improvvisamente con caratteristiche insolite, peggiora rapidamente, è accompagnato da febbre o da altri disturbi neurologici oppure segue un trauma cranico».

Dopo i 50 anni cambia qualcosa?

«Sì. Senza creare inutili allarmismi, un mal di testa che compare per la prima volta dopo i 50 anni merita sempre una valutazione. In questa fascia d’età aumenta infatti la probabilità che si tratti di una cefalea secondaria. Può essere il segnale di una patologia vascolare, di un’infezione, di una lesione conseguente a un trauma o, più raramente, di un tumore cerebrale o malattie infiammatorie come l'artrite di Horton».

Le donne sono davvero più colpite?

«Sì. L’emicrania interessa le donne circa tre volte più degli uomini. Esiste una predisposizione genetica, ma un ruolo molto importante è svolto dagli ormoni. Molte donne presentano gli attacchi in concomitanza con il ciclo mestruale. La gravidanza, invece, spesso determina un miglioramento della sintomatologia, mentre dopo la menopausa la frequenza degli attacchi tende generalmente a diminuire».

Quanto incide lo stress?

«È uno dei principali fattori scatenanti nelle persone predisposte. Ma c’è un aspetto curioso: gli attacchi non arrivano soltanto nei momenti di maggiore tensione. Molti pazienti raccontano di stare male proprio quando lo stress diminuisce».

Che impatto ha tutto questo sulla qualità della vita?

«Enorme. Molti pazienti continuano a lavorare nonostante il dolore, ma con una produttività inevitabilmente ridotta. Altri rinunciano a uscire con gli amici, a fare sport o a programmare una vacanza. C’è ancora lo stigma del “è solo mal di testa”, quando invece può compromettere profondamente la vita personale, lavorativa e familiare».

L’errore più frequente è abusare degli antidolorifici?

«Sì, ed è un errore molto comune. Se il mal di testa è occasionale, l’uso di un analgesico può essere corretto. Il problema nasce quando gli attacchi diventano frequenti e si tende ad aumentare le dosi o la frequenza di assunzione. L’abuso di farmaci antidolorifici può infatti favorire la cronicizzazione della cefalea. Si parla di cefalea cronica quando il mal di testa è presente per almeno 15 giorni al mese per più di tre mesi. In una quota significativa di casi, anche fino al 50-60 per cento, questa condizione è legata proprio all’uso eccessivo di farmaci».

Oggi quali terapie avete a disposizione?

«Le terapie si dividono in due grandi gruppi: quelle sintomatiche, che servono a interrompere l’attacco quando compare, e quelle preventive, indicate nei pazienti che hanno attacchi frequenti. Per le forme sporadiche possono essere sufficienti farmaci come paracetamolo o antinfiammatori, ma è fondamentale assumerli precocemente, ai primi sintomi. Quando il dolore è già pienamente sviluppato, spesso perdono efficacia. Per l’emicrania esistono poi farmaci specifici, come i triptani, che agiscono su meccanismi neurovascolari del dolore. Devono però essere usati con attenzione e sotto controllo medico. Nei casi più complessi o cronici abbiamo terapie preventive sempre più avanzate: farmaci tradizionali come beta-bloccanti o alcuni antiepilettici, e oggi anche terapie innovative come anticorpi monoclonali e gepanti. Si tratta di trattamenti mirati, riservati ai pazienti selezionati, che possono ridurre in modo significativo la frequenza degli attacchi e migliorare la qualità della vita».

Quanto è importante arrivare a una diagnosi corretta?

«È fondamentale. Molte persone convivono per anni con il mal di testa senza una diagnosi precisa o affidandosi solo all’automedicazione. Il rischio è quello di peggiorare la situazione. Una diagnosi corretta permette invece di distinguere le forme primarie da quelle secondarie, impostare la terapia giusta e soprattutto evitare la cronicizzazione».

A Livorno quanti pazienti seguite?

«Al Centro Cefalee dell’ospedale di Livorno seguiamo circa 500 pazienti. Sono presi in carico dai colleghi Giovanni Francesco Delogu ed Elena Ferrari. In diversi casi riusciamo a ridurre drasticamente il numero degli attacchi e a migliorare in modo significativo la qualità della vita».

Lo stile di vita può aiutare?

«Sì, anche se non esiste una prevenzione assoluta. È importante mantenere ritmi regolari del sonno, evitare eccessi o carenze, idratarsi correttamente e ridurre i fattori di stress. Anche l’alimentazione può avere un ruolo: in alcune persone vino, birra e superalcolici, alimenti ricchi di glutammato di sodio, insaccati, cibi industriali o conservati possono favorire gli attacchi».

Qual è il consiglio finale che può dare ai livornesi?

«Il mal di testa non è una colpa e non va sopportato in silenzio. Oggi, rispetto al passato, abbiamo strumenti diagnostici e terapeutici efficaci per la maggior parte dei pazienti. L’importante è non banalizzarlo, evitare il fai da te quando diventa frequente e rivolgersi al medico. Intervenire presto significa evitare la cronicizzazione e restituire alle persone una vita normale».

© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
La tragedia

Tragico incidente a Cerreto Guidi – Muore 18enne in moto contro un’auto: la vittima è un calciatore

di Redazione web
80 Vespa