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Livorno

Il racconto

Flotilla, padre e figlio rientrati a Livorno dopo l'arresto di Israele – I braccialetti coi numeri e i cani: «L’inferno sulla nave prigione»

di Flavio Lombardi
Federico e Claudio Paganelli con altri attivisti all’aeroporto di Istanbul da cui sono poi partiti per Roma
Federico e Claudio Paganelli con altri attivisti all’aeroporto di Istanbul da cui sono poi partiti per Roma

Claudio e Federico Paganelli sono a casa: «Per fortuna hanno letto male i passaporti e non hanno capito che eravamo padre e figlio»

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LIVORNO.  All’alba, con ancora addosso l’odore del mare, della salsedine e della detenzione, Claudio ed Enrico Federico Paganelli, padre e figlio, sono rientrati a Livorno. Alle cinque del mattino di venerdì 22 maggio, dopo lo sbarco a Fiumicino avvenuto nella notte di giovedì 21, i due attivisti livornesi della Global Sumud Flotilla hanno finalmente riabbracciato gli affetti di casa. Arrivano dalla Turchia, ma soprattutto da giorni che – raccontano – «non dimenticheremo mai». Giorni di navigazione verso Gaza, di inseguimenti in mare aperto, di abbordaggi israeliani, di paura, tensione e violenza. La loro missione era quella della Freedom Flotilla: rompere simbolicamente il blocco navale imposto alla Striscia e consegnare aiuti umanitari alla popolazione palestinese. «Non siamo andati in crociera – racconta Claudio – siamo andati a fare quello che gli Stati non fanno». Nelle stive delle imbarcazioni c’erano scatole di generi alimentari, medicinali, zainetti scolastici destinati ai bambini palestinesi e medici pronti a intervenire nel caso in cui la flottiglia fosse riuscita ad approdare sulle coste di Gaza.

Il coraggio dell’università

Federico, studente dell’Università di Pisa alla facoltà di scienze politiche, rivendica con orgoglio la solidarietà arrivata dall’ateneo. «Mi fa piacere – spiega – perché finalmente un’istituzione ha trovato il coraggio di prendere posizione. Non su una questione politica, ma sul diritto internazionale e umano. Quando vengono colpiti i diritti fondamentali, la vicinanza dovrebbe essere naturale». Poi aggiunge: «Rientrerò a Pisa con il sorriso e con la voglia di raccontare cosa è successo davvero». 

Le polemiche social

I Paganelli rispondono anche alle polemiche nate sui social. «C’è chi sostiene che paghi tutto lo Stato italiano, ma non è vero – spiegano –. La Global Sumud Flotilla vive grazie alle donazioni provenienti da 46 Paesi. Quando si raggiunge il budget necessario, con acquisto di barche e carburante, la missione parte. Anche il rimpatrio è stato pagato dagli stessi fondi». E aggiungono un chiarimento sugli aiuti trasportati a bordo: «Non portavamo soltanto simboli. Gli aiuti umanitari c’erano davvero. Basta guardare i video registrati prima dell’abbordaggio. Avevamo viveri, medicine, materiale scolastico e personale sanitario pronto a intervenire». Secondo Claudio, il senso della missione andava oltre il semplice carico trasportato. «Due scatole di biscotti non cambiano la situazione a Gaza – ammette – ma la flottiglia serve a rompere il silenzio, a scuotere le coscienze, a dimostrare che la società civile può fare quello che i governi scelgono di non fare».

I braccialetti

Poi il racconto si fa duro. Durissimo. «Ci hanno trasformati in numeri», racconta Federico mostrando il braccialetto identificativo che gli era stato assegnato durante la detenzione. Lui era il numero 258. Claudio il 202. «La prima cosa che abbiamo pensato – spiegano – è stata che proprio coloro che dovrebbero essere più sensibili a certi simboli stanno utilizzando le stesse tecniche di disumanizzazione che la storia ha già conosciuto».

Il passaporto letto male

Anche un equivoco burocratico avrebbe finito per proteggerli. Gli israeliani non hanno compreso infatti il rapporto di parentela fra loro. Federico, identificato come “Paganelli Federico”, è stato registrato quasi fosse un altro cognome. Claudio risultava invece “Claudio Paganelli”. «Non sapevano leggere i passaporti – raccontano – e così non hanno capito che eravamo padre e figlio». Una fortuna, perché i militari cercavano punti deboli negli equipaggi. «Temevamo che potessero usare uno contro l’altro per ottenere informazioni».

La virata davanti ai militari

L’abbordaggio, spiegano, è arrivato per loro al terzo tentativo di intercetto, sono stati fra le ultime dieci barche superstititi. Accanto all’Alcyone, la barca dei Paganelli e di altri sette, c’era la Elengi. Quando i gommoni israeliani hanno circondato quest’ultima, Claudio ha preso una decisione improvvisa. «Abbiamo aperto le vele e ci siamo messi tra loro e l’altra imbarcazione. Era un gesto spontaneo di solidarietà». Per alcuni istanti l’Alcyone si è frapposto tra i militari e la Elengi, quasi accennando uno speronamento dei gommoni israeliani. «Loro hanno dovuto arretrare – raccontano –. Volevamo solo far capire che non avremmo lasciato soli i nostri compagni». A loro non hanno sparato, ma hanno visto e sentito tutto. «Alla Elengi hanno sparato proiettili riempiti di pallini di piombo – spiegano –. Un sistema che non perfora il corpo, ma provoca ferite devastanti». Poi la cattura.

La nave prigione l’inferno

Ma una volta trasferiti sulla cosiddetta “nave prigione” tutto cambia. «Lì è iniziato l’inferno: botte, sputi, cazzotti». Claudio mostra ancora i segni sul volto e racconta le ginocchiate ricevute dai soldati israeliani equipaggiati con protezioni “Made in Italy”. «Sono riuscito perfino a leggere il nome dell’azienda che le produceva». Restano soprattutto le urla provenienti dall’altra sezione della nave, dove erano detenute anche molte donne. «Urla strazianti, che mettevano i brividi», raccontano. E poi i cani usati per intimidire i prigionieri. «Li sentivamo abbaiare e ringhiare continuamente. Un attivista è stato aggredito e ha ancora una ferita sul volto».

Il silenzio degli ebrei

Nel loro racconto trova spazio anche una riflessione amara sul silenzio di parte della comunità ebraica livornese. Claudio contrappone la solidarietà mostrata dalla comunità ebraica fiorentina verso altri attivisti all’assenza di prese di posizione a Livorno. «Mi dispiace – dice – perché Livorno è sempre stata una città multiculturale. Qui siamo tutti livornesi, senza divisioni. Il sionismo è una cosa, la religione un’altra». 

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